m0ltitudini

da bambino giocavo con le pentole

Costituzione immateriale.

Con l’avvio della II repubblica basata sul “maggioritario” (1994) è entrata sempre più nel lessico comune la nozione di “costituzione materiale” per distinguere la prassi effettiva e “reale” della vita istituzionale dal dettato autentico della carta del ’48.
Contestualmente il ruolo dell’inquilino del Colle, già interpretato con un certo protagonismo [almeno a tratti] dai due precedenti presidenti, a partire dal mandato dello “schiaffeggiatore” di fanciulle scollate [Scalfaro] ha acquisito un sempre maggiore rilievo nel  governare [verbo che uso volutamente] il paese.
Da piccoli, ricordo bene, ci si insegnava – quanto sbagliando! – che ” il presidente della repubblica conta niente”.
L’ultimo anno di mandato di Napolitano segna un’ulteriore e decisa soluzione di continuità e i fatti degli ultimi giorni, tra incertezze, stalli e interpretazioni costituzionali di ogni risma, denotando il passaggio a quella che è una vera e propria, oramai, costituzione “immateriale”, perché liquefatta e priva di una funzione certa nell’inquadrare l’esercizio dei poteri.
Dentro il dettato della carta, insomma, oramai può stare un arco di comportamenti e scelte assai variegato.

PROROGATIO NON PETITA, PROROGATIO MANIFESTA.
Due esempi. Grillo è stato spernacchiato per settimane, assieme al colorito filosofo di Genova che per primo ne ha parlato, sull’ipotesi della “prorogatio”, del “fare  come in Belgio”, del “le camere possono legiferare comunque”.
Ho sentito i più autorevoli e preparati costituzionalisti avvalorare come tale ipotesi fosse improponibile. Tuttavia le spiegazioni lasciavano insoddisfatti, leggendo la costituzione.
Alla fine è stato lo stesso Napolitano a sancire la possibilità di quello che è un mero mutamento nella prassi materiale, perché non c’è in realtà traccia di una definizione chiara e cogente in termini costituzionali formali di ciò che significhi “disbrigo degli affari correnti“, locuzione attorno alla quale in realtà ruota un dibattito annoso.

Quindi sia dato atto a Grillo e si tirino le orecchie ai soloni del diritto costituzionale.

Anche se, certo, fa sorridere che Grillo, dopo aver costruito il rush finale del suo successo contro “rigor montis”, plauda alla permanenza in carica del governo, oramai sgangherato,  dei tecnici.
Potremo insomma toglierci la soddisfazione, alle prossime elezioni, di prendercela con la casta dei partiti che ha mantenuto Monti al potere: Pd, Pdl…e M5s. 🙂

L’altro esempio è l’istituzione dei due “gruppi ristretti”, di nomina règia, di cui non si comprende bene il ruolo (per stessa ammissione di alcuni dei comp0nenti) commissioni che dovrebbero surrogare con “proposte”, in ambito di riforme istituzionali ed economia, alla deficienza di un governo dalla titubante legittimità.
Surrogando però -e questo è ancora più rilevante-al parlamento: non è quella la sede dove giungere a proposte condivise di riforma dell’architettura istituzionale? Scelta, questa di Re Giorgio, pleonastica oltre che dubbia. Scherzavo solo pochi giorni fa sul  fatto che Giorgio stesse ragionando su una formula per darsi l’incarico da solo. Fuori di battuta, la realtà non è troppo diversa. Per non parlare della composizione, “tecnici” ma  anche politici e parlamentari. Perché Mauro,  Quagliarello, Violante Giorgetti e non Paolo Becchi se, come pare, una funzione sarà anche quella di “trattare” sulle riforme tra le forze politiche?
Tutto ciò è l’ennesimo indicatore di come la carta formale del ’48, a partire dal primo articolo, sia un papiro esangue ed irriformabile, che ha esaurito un ruolo funzionale e contingente ad una precisa fase storica.
Tema su cui da tempo QUI si riflette in modo assai elevato ed efficace.

EVVIVA IL PORCELLUM

E’ colpa della legge elettorale. Si voti al più presto ma prima si cambi la legge elettorale.
Due mantra condivisi davvero da tutte le forze politiche presenti in parlamento, grillini compresi.
Questa volta però il problema non è, come recitava la vulgata, che ” i segretari dei partiti scelgono gli eletti, vogliamo eleggere noi i parlamentari!” ma che [per tornare al paragrafo sopra, come volle Ciampi in ossequio alla sua interpretazione della costituzione, perché sotto suo dettato fu riformulata così la legge elettorale] il sistema attuale per via della diversa modalità di attribuzione del premio di maggioranza su base regionale non necessariamente assicura una maggioranza chiara nella “camera alta”.
Ciò mistificando due questioni.
La prima:  si dimentica sempre che teoricamente le elezioni servono ad eleggere un’assemblea legislativa.
Provando anche in questo caso come pure tra i suoi più strenui difensori formali, la costituzione venga stiracchiata, reinterpretata, superata.

Si elegge non un governo od una maggioranza di governo [ed è anche per questo, ignorano i più, che oggi si è innanzi allo stallo], non un organo esecutivo, ma un corpo legislativo.
La seconda: il problema è l’artificio con il quale i voti vengono trasformati in seggi o la natura numerica e politica del voto?
Se un meccanismo avesse trasformato magicamente uno dei tre partiti più o meno equivalenti nel 60% dei seggi [lasciamo stare per un attimo i piccoli e non rilevanti alleati] di colpo sparirebbe il dato politico di un bipolarismo accantonato e di  un corpo elettorale diviso tra tre realtà inconciliabili e della stessa forza?
Il porcellum fotografa in modo coerente la confusione, lo stallo, la crisi.
Dubito si riesca in parlamento a trovare una mediazione su un altro sistema elettorale, i grillini poi quando parlano di sistemi elettorali per lo più non sanno esattamente cosa dicono. Se non con tempi lunghi che consentano una riforma dell’architettura delle camere.

Eppure, a voler uscire dalla propaganda da un lato e a voler essere un po’ formali dall’altro, una possibilità c’era. Teoricamente.
Sciocco  – anche puerile fare polemica su ciò – chiedere a Grillo di dare una fiducia a Bersani, il che avrebbe significato disconoscere la pura ontologia del fenomeno “cinquestelle”.
Troppo facile e pure arrogante [arroganza speculare a quella grillina, sia chiaro].
Riscoprendo lo spirito costituzionale della mediazione parlamentare che deve esprimere una maggioranza al fine di sorreggere un esecutivo, la subordinata più coerente al disperato tentativo bersaniano [anche un po’ buffo, tra consultazioni con i giovani federalisti europei e la CEI] avrebbe dovuto essere accettare, da parte del PD, di dare una fiducia ad un governo “cinquestelle”.
Non scrivo ciò per  benevolenza o simpatia verso Grillo (anzi) ma come analisi della dialettica in corso.

Non si è ben capito, in un caso simile, a chi avrebbe dovuto affidare l’incarico Napolitano dando retta a Crimi e Lombardi, che hanno saputo solo dire “a noi, a noi”. Ma a parte ciò.

Il Pd avrebbe potuto così evitare lo stallo mostrando di saper fare ciò che ha chiesto ad altri di fare, mostrando davvero quanto sia irricevibile un accordo con il pdl e cogliendo il segnale dato dalla “volontà popolare che chiede “rinnovamento”. Napolitano non avrebbe potuto che prendere atto, perché quella soluzione avrebbe avuto il richiesto “sostegno certo”, e sarebbe tornato ad essere il mero notaio della volontà parlamentare. I cinquestelle, dal punto di vista del PD, sarebbero stati messi al contempo alla prova ed a quel punto sì, il parlamento avrebbe potuto riprendere la sua attività entro un equilibrio ordinario. Certo, sarebbe stata una situazione ricca di incognite, un po’ bizzarra, nuova, dall’esito imprevedibile.
Vero, ma quello cui si è arrivati invece è normale ed ordinario?

Tuttavia, così come dobbiamo farlo se parliamo del m5s, anche nel caso del PD dobbiamo prendere atto di un’ontologia: quella della subalternità, di un realismo più realista del re probabilmente eredità del DNA PCI, dell’obbedienza afasica a Napolitano e che lo vede, in fin dei conti, più adatto [è il reciproco all’ostilità del m5s alla fiducia] a collaborare, magari un po’ obtorto collo, con Berlusconi.
D’altra parte è per obbedire a Giorgio I che il PD ha rinunciato ad una vittoria certa e netta, rimandando il voto che sarebbe stato fisiologico l’anno scorso.

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