m0ltitudini

da bambino giocavo con le pentole

Non ridateci l’antiberlusconismo.

Ritanna Armeni (qui ) si domanda, non celando un po’ di nostalgia che qua e là fa capolino tra le righe dell’articolo, come mai al  “montismo” non si contrapponga un fenomeno di “antimontismo”  che infiammi il dibattito ed il quadro nazionale, nel grigiore  dell’imbolsito tecnicismo di governo e dall’ineluttabilità delle politiche del governo in carica.

La questione secondo me è in parte mal posta, in parte dalla risposta scontata.

Scontata per una questione molto semplice. Posto che ci si capisca sull’uso del termine (sono sempre categorie ed approssimazioni discutibili), il “berlusconismo” è stato un fenomeno dirompente e soprattutto antropologico, costruito in svariati lustri e con gli strumenti che conosciamo.

E’ stata anche una “passione” nonché, prima che politiche di governo, la proposizione di un modello di persona (anzi, d’uomo), di costume, di una visione delle relazioni sociali, affettive, di una cultura, di un modo di stare al mondo.

Cosa che il “montismo” (che proprio per questo motivo nemmeno definirei tale) non è. Il “montismo” è la (presunta) neutra tecnica al potere che abbiamo già visto con Ciampi, con Dini, quella che quando il gioco si fa duro i tecnici iniziano a governare, sempre, per altro, con l’aiuto fondamentale della sinistra o di suoi importanti pezzi e della cgil.

Il montismo è pura governamentalità.

Berlusconi ha fatto irruzione stravolgendo la costituzione materiale  (e che abbia vinto su questo piano lo dimostra il reality bizzarro delle primarie) imponendo l’agenda ed il “discorso”.
Berlusconi è stato il bipolarismo in questo paese, tanto che dall’altra parte ci si univa in funzione, appunto, antiberlusconiana, per poi rompere nel momento delle scelte concrete di, magari timida, alternativa (a meno che solerte la sinistra della coalizione non si mostrasse obbediente, magari in cambio della presidenza di una camera).

Tutto il conflitto tra “discorsi” che ha animato lo spettacolo della politica di partito è stato dominato da Silvio, perché si configurava come uno scontro nel quale non si poteva che esser subalterni: si era con Berlusconi o contro di lui. E infatti scrive Armeni “sta di fatto che nel paese impregnato di montismo l’indifferenza è sicuramente maggiore che nel passato quando il berlusconismo accendeva i fuochi della contesa pro o contro il premier.”  Manca solo “oh, come ci divertivamo”.

Su cosa si divideva in due l’italia? Si divideva sul tifo, sulla superficie, in modo del tutto funzionale a perpretare – salvo differenze che non esamino qui – politiche strutturalmente così simili che spesso sui giornali Padoa Schioppa, piuttosto che Tremonti (o Ichino e Brunetta da Vespa) si rinfacciavano o si complimentavano per l’identità delle politiche.

Ma sopratutto senza uscire dall’ineluttabilità che giustamente Ritanna Armeni stigmatizza rispetto al quadro attuale: si pensi a quanto, aldilà di come venisse fatto  o se venisse effettivamente fatto, la parola “liberalizzare” fosse diventato dogma indiscutibile, valore in sé. “Liberalizzo meglio io..no, io sono il vero liberalizzatore, tu non sei capace”. Questo spesso il tono del dibattito.
Anche ai bei tempi andati del derby berlusconismo vs antiberlusconismo si era in realtà tristemente “adeguati”, anche allora non c’era “altro da fare” fuori dal pensiero unico. Tanto in economia quanto in politica estera quanto sui diritti.

Diversa la sovrastruttura ma eguale la soffocante mancanza di un qualsiasi spazio per il pensiero critico, nella morsa della contesa tra berlusconiani e resto del mondo.
Perché a provarci eri un collaborazionista, come minimo.

Lo spazio per l’azzardo e per il sogno che Armeni ora rimpiange non c’era nemmeno allora: perché al momento del dunque il ricatto del “meno peggio” costringeva al realismo dei tagli, delle guerre, della genuflessione alla chiesa romana. Altrimenti, se non ti adeguavi, eri un nemico che voleva il ritorno di B., messo alla gogna, spesso in modo anche violento. Altro che sogno: “ci tocca ingoiare..sennò torna B.”.
C’era più spazio per il “sogno” di quanto non ve ne sia oggi?

Cos’era l’antiberlusconismo? Era sopratutto “repubblica”, era Travaglio e poi il FQ, era Santoro, era quello slogan ignobile e totalitario, nazista: “voglio essere intercettato”.

Armeni fotografa una situazione grossomodo reale: ma l’aspetto qualificante e che le sfugge è che questa situazione è esattamente figlia di quell’antiberlusconismo in realtà vuoto che parrebbe rimpiangere, di quella subalternità praticata per quasi due decenni, di una finzione di scontro giocata dentro il circuito elettorale e dei talk show.

Ha ragione Raparelli nel parlare di impasse dei movimenti in uno dei suoi primi interventi su l’Huffington, come tutt* quell* che denunciano l’afasìa della rivolta in Italia.
Ma se una possibilità di riscatto c’è è proprio grazie alla natura quasi “parresiastica” del “montismo”.

Cessata la – a tratti barbara e regressiva, altro che “sogni e passione” – messa in scena della recita antiberlusconiana, ora che viene meno la finzione del “bipolarismo” e dell’alternanza, il dominio, con la sua presunta naturale ineluttabilità, si svela crudo per quel che è. Mostra insomma l’impossibilità di un’alternativa dentro questo paradigma.

Quella vuota contesa “infuocata”, che a me non manca,  è la coerente premessa dell’inevitabilità del cinismo montiano.Tolto il velo della contesa resta ciò che c’era anche prima: i diktat della BCE, la tutela della ricchezza, l’erosione dei diritti, il sindacato in ginocchio.
Se c’è uno spazio per sognare l’alternativa e la rivoluzione, posto che ci sia, è proprio ora che quel reality sguaiato, che ci (vi) ha distratto per 18 anni non è più in onda, ma che ha figliato il quadro che abbiamo davanti.

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3 pensieri su “Non ridateci l’antiberlusconismo.

  1. Quando ho visto che prendevi spunto dalla Armeni un po’ mi ero contrito. Poi invece il seguito mi sembra interessante e indiscutibile. Tranne per il fatto che io non credo si sia usciti dalla contesa Berlusconi – antiberlusconi. O quanto meno l’immagine mentale che guida il fare politica è sempre la stessa. Non riesco a spiegarmi in nessun’altro modo questo pseudo centro-sinistra così arruffato (Pd-Sel-Psi) che, ne sono certo (con o senza UDC), alle prime decisioni importanti andrà a rotoli così come è sempre accaduto.
    Il periodo di Monti avrebbe potuto avere un merito, quello di far rinascere in Italia una consapevolezza di classe (parolone?!?), portare una discussione arguta (che te in buona parte ripercorri) degli ultimi 18 anni e di quanto il pensiero unico neo-liberista (con o senza Berlusconi) abbia imperato in ogni politica messa in campo. Ed invece ci ritroviamo a discutere di primarie. Di leader. Di rottamatori. Quando, al meglio, continueremo sulla stessa china che ci ha portato al collasso!

  2. Sì…ma secondo me quella coalizione è una stanca incrostazione un po’ dovuta, obbligata, frutto in effetti di quello schema precedente. Obbligata anche dalla legge elettorale tra l’altro.
    Semmai è l’ultimo tuo ragionamento che dimostra la forza dell’egemonia del cavaliere, quanto ha seminato. Però tutto ciò ce lo dicevamo già ai tempi del blog (ci son le prove, indietro) 😀
    E’ vero che è deprimente il silenzio di un movimento..qualunque, fosse anche solo “indignato”, un movimento complessivo. Ci sta anche tutta l’inadeguatezza “nostra” (anche se poi, qua e là…e la forza ad esempio del movimento no tav dimostra che non è questione di monti o berlusconi).
    Ma il problema non è ora. L’anestesia è stata fatta prima, con quella contesa lì.
    Secondo me, almeno.

  3. hai capito l’Huffington, si è cuccato Raparelli! 😉 che mi piace molto, lieta di aver scoperto dove scrive.. Quanto ai tuoi post mi necessita come al solito una doppia lettura con tripla riflessione. Bentornato.

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