m0ltitudini

da bambino giocavo con le pentole

CONFINI

Come si evince dalla mia latitanza…non ho il tempo per ammorbarvi con le mie sciocchezze.
Augurandomi il miglior successo possibile per il Pride di Roma, segnalo questa intervista ad
Étienne Balibar, uno tra i più avveduti pensatoridel nostro tempo.

Di rado mi affido a scritti altrui…questa volta fo di necessità virtù.

A presto..a quando posso. 🙂

da "il manifesto" (con nuova veste grafica) di ieri.

L’Europa DELL’APARTHEID

ÉTIENNE BALIBAR: «GLI IMMIGRATI CAPRI ESPIATORI»
«Si è cittadini europei per diritto genealogico. Gli immigrati, ventottesima nazione fantasma, sono degli esclusi. Il razzismo è specchio dell’ostilità tra europei. Le colpe del nazionalismo di sinistra»

Teresa Pullano


È pessimista sull’avanzata delle destre, anche estreme, in Europa. E sul fatto che i cittadini dell’Unione desiderino realmente la democrazia. Ma si affida a Gramsci per dire che in questo momento bisogna avere l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Confessa che oggi non direbbe no ad un referendum sulla Costituzione europea. E pensa che nei confronti degli immigrati, il «ventottesimo stato dell’Ue», esista una vera e propria «apartheid europea», in cui il razzismo rispecchia i conflitti interni tra gli stessi cittadini comunitari. Conflitti dei quali i migranti rappresentano solo il capro espiatorio. Incontriamo Étienne Balibar, filosofo della politica e intellettuale critico della costruzione europea, di passaggio a Roma per alcune conferenze proprio mentre divampa in Italia un clima xenofobo e razzista.

In Italia ha vinto la Lega sulla base della difesa del territorio, perfino i movimenti pensano di ripartire dallo stesso principio, sia pur declinato in maniera opposta. Forse che in Europa il principio del territorio si sta sostituendo a quello di nazione?


Quello del territorio è un concetto plastico che non ha un referente univoco.Leggevo qualche giorno fa un editoriale del manifesto sulle violenze al Pigneto: si faceva una critica, giustificata ma che non offre una soluzione immediata, del modo in cui tende a svilupparsi un mito del microterritorio che fa sì che gli abitanti di un quartiere o di una regione si percepiscano come difensori di uno spazio minacciato da cui espellere tutti gli stranieri. È la prova che la nozione di territorio può funzionare a vari livelli. Nelle periferie francesi le guerre tra bande di giovani proletari immigrati, disoccupati e non scolarizzati sono anch’esse dei fenomeni di difesa del territorio nel senso fantasmatico del termine. È a questo livello che bisogna proporsi non solo una critica della nozione di territorio, ma una vera politica d’apertura o di deterritorializzazione dell’appartenenza comunitaria. La sacralizzazione dei piccoli territori può essere molto violenta ma è limitata. Ciò che preoccupa è la generalizzazione di questi fenomeni su una scala più ampia. Si è verificato con il fascismo, che era una trasformazione immaginaria del territorio nazionale in proprietà di un popolo o di una razza. Ci sarebbero delle conseguenze disastrose se questo fenomeno si sviluppasse nell’insieme dell’Europa, in particolar modo su base culturale, come sembra suggerire Benedetto XVI, quando sostiene che essa è un territorio cristiano e di conseguenza i musulmani sono dei corpi estranei.

Possiamo dunque concludere che il principio di territorialità può essere la base di una cittadinanza europea?

La costruzione europea ha una base territoriale per definizione, ma a seconda se la concepiamo come fissa o evolutiva, come chiusa o aperta, si apre una direzione storica diversa. Oggi il territorio non è la base della cittadinanza europea, ma dovrebbe diventarlo. Quella che definisco come una vera e propria «apartheid europea» è data dal fatto che è cittadino europeo solo chi ha la nazionalità di uno degli Stati membri. Gli immigrati stabilitisi da una o più generazioni sul suolo europeo sono la ventottesima nazione fantasma dell’Ue e costituiscono circa un ottavo della sua popolazione. Non sono semplicemente persone che in Francia non sono francesi, in Germania non sono tedeschi o in Italia non sono italiani. È a livello dell’intera Europa che gli immigrati sono degli esclusi, a maggior ragione con la libera circolazione all’interno delle frontiere europee. L’allargamento dell’Unione europea produce forme qualitativamente nuove d’esclusione. Il diritto alla cittadinanza europea non è territoriale: è genealogico. Nella maggior parte degli stati membri la nazionalità si acquisisce con lo jus soli, ma a livello dell’insieme dell’Europa la cittadinanza è genealogica nel senso dell’appartenenza originaria alla nazione. Questo evoca dei ricordi e pone problemi inevitabili. Ci sono delle analogie tra lo sviluppo di quest’esclusione e il fatto che nella storia ci sono state e ci sono sempre, almeno a livello simbolico, delle popolazioni transnazionali trattate come nemici interni o corpi estranei alla civiltà europea. È stato il caso degli ebrei; oggi non lo è più. Rimane il caso dei rom. Il fenomeno di cui parlo è tuttavia molto più vasto.

Oggi in Europa non si sentono istanze di partecipazione dal basso a livello comunitario, mentre nei singoli stati le istanze di partecipazione si esprimono in un linguaggio nazionalistico e identitario. Che rapporto vede fra queste due tendenze?

La domanda di partecipazione a livello locale e la domanda di controllo popolare a livello nazionale e sovranazionale non si escludono. Forse c’è bisogno di un’accelerazione delle cose perché i cittadini ne prendano coscienza. La responsabilità di questa situazione è da attribuire alle istanze intermedie, come i partiti politici, che oggi sono drammaticamente assenti e ci si dovrebbe chiedere il perché. Secondo Gramsci, le istanze intermedie sono la trama statale del funzionamento della società civile e, reciprocamente, i conflitti della società civile si traspongono nella struttura dello stato. Le costituzioni nate dalla resistenza in Francia e in Italia infatti affidano ai partiti il ruolo di costituire l’opinione pubblica. Dove sono oggi i partiti politici in Europa?

La legittimità degli Stati nazionali e quella dell’Unione europea secondo lei vanno di pari passo?

Il momento attuale è caratterizzato, in modo preoccupante, da una perdita di legittimità democratica degli Stati nazione e da una diminuzione della legittimità del progetto politico europeo. Non si tratta di assumere una posizione di difesa della sovranità nazionale, al contrario. Io adotto la definizione di legittimità di Max Weber, che mi pare vicina al concetto foucaultiano di potere: una nozione pragmatica e realista che si articola in termini di probabilità, d’obbedienza al potere pubblico e dunque d’efficacia di questo stesso potere. Da questo punto di vista, non possiamo ritornare indietro rispetto a quel poco di struttura politica che esiste su scala europea, ma siamo obbligati a progredire. Ne consegue che la legittimità delle istituzioni europee è diventata una condizione di legittimità delle istituzioni nazionali stesse. Non tarderemo a vedere concretamente gli effetti di questa relazione, che si manifesteranno con forza man mano che le difficoltà economiche e sociali legate agli choc petroliferi si ripercuoteranno in Europa. Solo delle politiche europee comuni hanno una minima possibilità di essere efficaci di fronte a questo tipo di situazione, ma devono essere approvate dai cittadini degli Stati nazionali, che rimangono la fonte ultima di legittimità.

Intanto in Europa assistiamo a una crescita delle destre, anche quelle più estreme. Perché, secondo lei?

In questo momento sono pessimista e mi riconosco nella massima di Gramsci dell’ottimismo della volontà e pessimismo della ragione. Per principio le situazioni difficili sono quelle in cui bisogna immaginare delle soluzioni e delle forme d’azione collettiva e non lasciarsi andare a seguire la tendenza naturale delle cose. I sistemi politici relativamente democratici nei quali viviamo o abbiamo vissuto sono in questo momento gravemente minacciati ed indeboliti. Ai miei occhi, i problemi del nazionalismo e dell’avanzamento della destra non coincidono. Tra le due correnti ideologiche ci sono delle interferenze molto forti, ma esse non si riducono l’una all’altra. Il nazionalismo nei vari Paesi europei non è monopolio della destra. Faccio parte – lo devo confessare, ma i lettori del manifesto lo sanno – delle persone che tre anni fa in Francia hanno votato «no» al referendum sulla costituzione europea. Ho creduto di farlo per ragioni che non erano né di destra né nazionaliste. Sono oggi costretto a constatare che questa scommessa è stata persa e che l’aspetto transnazionale e il richiamo a un federalismo europeo sono stati completamente neutralizzati da una dominante nazionalista a sinistra, o meglio nella vecchia sinistra. Ciò che è inquietante è la convergenza del nazionalismo di destra e del nazionalismo di sinistra. I suoi effetti si fanno sentire a livello dei governi nella forma di un sabotaggio permanente delle politiche europee comuni. Ma la convergenza tra le due forme di nazionalismo a livello dell’opinione pubblica e dell’ethos delle classi popolari in Europa è ancora più preoccupante. Meno gli stati nazionali sono capaci di rispondere alle sfide economiche, sociali e culturali del mondo contemporaneo, più i discorsi populisti e nazionalisti fanno presa su una parte delle classi popolari in Europa. Bisogna interrogarsi sulle cause strutturali di questa situazione, non ci si può accontentare del discorso elitista dell’ignoranza del popolo. Di certo è una situazione molto pericolosa per il futuro della democrazia in Europa, senza parlare delle conseguenze sullo sviluppo del razzismo.

Lei parla di un nazionalismo di sinistra. Si può dire che la sinistra oggi pensi da un lato lo spazio mondiale e dall’altro quello nazionale, e sia perciò incapace di vedere quello europeo come uno spazio eterogeneo rispetto agli altri due? È forse un lascito dell’internazionalismo di Marx?

Calandoci nell’epoca in cui Marx ha scritto, potremmo dire esattamente il contrario. Il pensiero di Marx era legato a un momento rivoluzionario che investiva l’Europa intera. Rileggendo gli articoli di Marx del 1848, vediamo che il nazionalismo democratico si allea con il socialismo e le prime forme di lotta di classe. In quel momento Marx e Engels hanno probabilmente pensato che una repubblica democratica europea o un’alleanza di repubbliche democratiche europee era al contempo la forma nella quale si preparava o poteva realizzarsi il superamento del capitalismo. Oggi la situazione è diversa e il senso di parole come nazionalismo si è ribaltato. È vero che certe forme di anticapitalismo teorico, che pescano in parte nell’eredità di Marx e che io non disprezzo ma trovo un po’ arcaiche ed unilaterali, trascurano il problema della politica europea. La prospettiva altermondialista ha tuttavia il vantaggio di affermare che pensare l’Europa come uno spazio chiuso è illusorio. Al contempo, le costituzioni democratiche sono radicate nella risoluzione dei conflitti storici passati. Costruire uno spazio politico europeo è importante perché dobbiamo ricomporre il nostro passato a livello continentale: una cultura politica comune deve emergere dalle differenze culturali e storiche dell’Europa. Vi è un legame profondo tra la mancata rielaborazione del nostro passato e l’immigrazione. Gli immigrati sono i capri espiatori dell’ostilità fra gli europei. E’ la loro stessa incapacità di pensarsi come un’unità che impedisce agli europei di trattare il problema dell’immigrazione in termini progressisti. I francesi non vi diranno mai che detestano i tedeschi o gli inglesi che non possono sopportare l’idea di formare un popolo comune con gli spagnoli, però questa diffidenza non è stata superata, anzi si è rafforzata con l’allargamento dell’Europa ad Est.

La Costituzione europea è stata affossata, ma in parte viene recuperata con il Trattato di Lisbona. Come giudica la strategia dei leader politici europei di procedere comunque, nonostante il rifiuto dei cittadini dell’Unione?

Non m’interessa, dubito che gli stessi leader europei ci credano loro stessi. Possiamo invece tornare sulla questione del rifiuto del Trattato europeo. I casi francese ed olandese, come ha scritto Helmut Schmidt su Die Zeit, non erano isolati. Il malessere era generale. Questo malessere resta da interpretare e analizzare ed è sempre d’attualità. All’epoca ho difeso la posizione un po’ troppo idealista, che oggi non sosterrei più allo stesso modo, secondo la quale la Costituzione europea non era abbastanza democratica. Pensavo che essa non presentasse una prospettiva sufficientemente chiara di progresso generale della democrazia per l’insieme del continente. Tendevo dunque a considerare che la sola possibilità, molto fragile, per l’Europa di diventare uno spazio politico nuovo e superiore al vecchio sistema degli stati-nazione e delle alleanze nazionali, era di apparire come un momento di creazione democratica. Continuo a pensarlo, ma c’è qualcosa d’idealista in questo modo di vedere le cose che la realtà attuale ci obbliga a guardare in faccia. L’idealismo consiste nell’immaginare che le masse vogliano la democrazia, mentre purtroppo siamo in un periodo molto difficile e conflittuale. Ci sforziamo di aprire nuovamente delle prospettive democratiche a livello transnazionale, però allo stesso tempo dobbiamo provare a trovare i mezzi di resistere passo per passo all’avanzata del populismo e del nazionalismo nei paesi europei.

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

11 pensieri su “CONFINI

  1. anonimo in ha detto:

    Il detto di Dante : quanto sa di sale lo pane altrui, sarà sempre valido. L’internazionalismo è una teoria magari affascinante ma come tutte le teorie non è semplicemente applicabile.

  2. Condivido assolutamente, ne seguo il ragionamento punto per punto. Sinceramente sono fortemente nauseata dal razzismo e dalla xenofobia emergente in questi ultimi anni, su cui ovviamente oggi si pone l’accento strumentalmente. In generale in questi anni è cresciuto un odio per il diverso, trasversale a tutte le categorie sociali, che ha tutto il mio disprezzo. Sono disgustata.

  3. è vero che oggi usciva il nuovo Manifesto! e io ho comprato Liberazione, che non la compro mai!
    (chissà se vuole dire qualcosa!?..:)

    auguri per le tue cose!

  4. FrancaFranca in ha detto:

    In Italia non siamo ancora riusciti a sentirci un unico popolo, come possiamo pensare di farlo a livello europeo?

  5. Ecco … l’ho letto e sono andato anche a rileggere alcuni testi che avevo.
    Credo che tutto risieda nella differenza tra popolo e nazione.
    Purtroppo un popolo diviene tale solo dopo che una nazione, sia che la si intenda come entità spirituale, sia che la si intenda come gruppo etnico (Paolo Barile) si da una costuituzione.
    Tale noma primaria e patto fondativo, è base del restante diritto e rispecchia la nazione (ecco il legame con lo ius sanguinis).
    Quindi ci vorrà del tempo …. dovremo prima diventare una nazione e poi un popolo.
    Credo che i problemi di intolleranza che stiamo vivendo siano la reazione ad un tentativo di ottenere un popolo saltando le tappe.

  6. articolo molto molto interessante stef

  7. davvero molto interessante. cercherò le opere di questo pensatore.
    Carolina

  8. anonimo in ha detto:

    Agenzia Ansa – 2008-06-09 20:46
    VELTRONI: NO IN PSE, COSTRUIAMO CAMPO DI FORZE RIFORMISTE
    di Giovanni Innamorati

    Walter Veltroni riconduce nell’alveo della normale dialettica la querelle interna sulla collocazione europea del Pd. Il segretario democratico, intervenendo a Berlino ad un seminario della Spd, ha detto che il partito non pensa ad entrare nel Pse, ipotesi su cui fanno muro i cattolici, ma lavorerà a costruire in Europa “un campo che tenga insieme le forze riformiste”.
    ———>>>>>>

    Dopo le sbronze dell’Unione (tutti uniti assieme) e le speranzose euforie pseudo-obamiane del Pd (tutti assieme ma con voto disgiunto..),
    i nodi vengono al pettine.

    Già si notavano movimenti sospetti, ma non erano movimenti, erano fondazioni, che fa più chic, vuoi mettere?
    Fondazione D’Alema, Fondazione Prodi, Fondazione Rutelli…
    parrebbe che siano luoghi nobili dove si faccia qualcosa di serio di interesse umanitario o benefico, roba che ci ricorda nobel e lasciti morali ed economici a vantaggio della comunità.
    In realtà, altro non è che il ritiro naturale nelle solite “correnti” interne, amplificate e mal assortite nelle fusioni a freddo dei plastici politici, l’unione e più ancora il Pd, a cui evidentemente non è bastato nemmeno liberarsi delle componenti della sinistra radicale per avere una piattaforma davvero condivisa.

    Mi sembra prevedibile che il Pd, in caduta libera, parrebbe, nei consensi tra i cittadini, restituisca un po’ di voti conquistati a suon di propaganda e scenografia con retorica pseudo-Usa (con imbarazzanti differite dialettiche di pochissime ore, a malapena arrangiate per il nostro contesto).
    Conquistati, è vero, anche rapidamente e fin sopra le aspettative, tutto sommato, visto il lascito unionesco-prodiano di cui resteranno famose le parole della sua campagna elettorale tutte disattese (mitiche quelle menagrame “Per un Paese più unito” che è riuscito a dividere l’indivisibile in pochissimo tempo).
    Restituisca i voti dove principalmente li ha presi e cioè alle sinistre che se sapessero sfruttare il momento potrebbero avvantaggiarsi del crescente sconforto degli elettori che percepiscono i segnali di confusione e smarrimento di quello che è un progetto politico parrebbe deboluccio, capace di un’opposizione flaccida e ripiegata su l’unico punto di convincere di avere una propria identità, apparentemente prendendo distanze e facendo davvero l’ombra del governo, ma ombra progettuale, divisa dal residuo antiberlusconismo militante e dal giustizialismo forcaiolo Dipietrista e coloro che persistono in aperture progressiste con opposizione responsabile, tra socialisti e cattolici e naturalmente tra le tante correnti interne di riferimento.

    Però a sinistra del Pd mi pare che imperi eguale caos e dopo il tradizionale “compagni: che fare?” e retorica del pentimento già dismesse, riflessione ed autocritica, ancora si parla di simboli (ultimamente anche Occhetto ha detto la sua, figurarsi) oppure si persegue ad oltranza quella linea oltranzista radicale che ha prodotto infine l’esilio dal Parlamento per mancanza di condivisione e comprensione.

    Mi pare infatti che il ripiego sulle occasioni di Piazza abbia dimostrato il progressivo indebolimento di posizione della sinistra radicale, ma anche dei movimenti che rifiutano i partiti, insomma, come mi pare avevo annunciato tempo fa che avremmo visto.

    D’altra parte culture impostate sull’odio e sull’anti hanno i suoi limiti.
    E le sue ipocrisie.
    Che senso ha per esempio, una manifestazione di protesta per l’arrivo di Bush che si vorrebbe come il peggior criminale della terra, bruciando bandiere Usa (du’ palle ‘sta roba davvero..) come se questi fossero la dittatura più feroce del pianeta, protesta che poi è stato un flop appunto di presenze (relativamente al passato), quando qualche giorno prima erano qui nientemeno che Ahmadinejad che impicca omosessuali dichiarando al mondo che in Iran non ce n’è, che rimprovera ad Hitler di non aver ben finito il lavoro e si propone di completarlo magari con il nuclerare, che magari aiuta il progetto per non parlar del resto… oppure di quel criminale dittatore somalo, colpevole della morte di umanità e libertà e sfacciatamente a partecipare a tematiche umanitarie (ma la lista è lunga nel terzo mondo, di criminali) e lì, ecco, lì nè centrisociali, nè movimenti di protesta…

    Dinanzi a queste incoerenze, difficile trascinare masse numerose, costruire credibilità e si potrà argomentare da volpi che l’uva era acerba, cioè che la gente è ignorante o se ne frega: comodo.

    Ciò nonostante non si cambia nulla e si persegue l’idea, almeno per contarsi: procedura che parrebbe, è sempre più veloce da compiere.
    Tutto sommato ognuno ha quel che si merita forse.

    Anche il post, per dire, cerca la solita ricomposizione dei problemi sulle geometrie tradizionali: le destre ritornano. Questo è il problema.
    E poi giù a costruirci teoremi, su quell’assunto cercando coerenze.
    Che però risultano limitati e limitanti nella visione ristretta e monotematica per cui si propone analisi.
    Così comincia infatti il post: “pessimista sull’avanzata delle destre, anche estreme, in Europa.”
    Non se ne esce, sempre lì siamo, da decenni e decenni.

    La faziosità di intenti per cui si fa analisi poi incontra presto scoprendo gli altarini dei tradizionali nemici, che meriterebbero anche analisi restrittiva e fuorviante, ben poco oggettiva, soprattutto incapace di una lettura di una realtà che è ben più ampia e complessa.
    Ci sarebbero delle conseguenze disastrose se questo fenomeno si sviluppasse nell’insieme dell’Europa, in particolar modo su base culturale, come sembra suggerire Benedetto XVI, quando sostiene che essa è un territorio cristiano e di conseguenza i musulmani sono dei corpi estranei.
    E’ curioso perchè il concetto di “estraneita”, culturale e territoriale, è quello che portano avanti in tanti modi tanti altri.
    La sinistra radicale, che vorrebbe culturalmente “estraniare” a forza il Papa, il Vaticano, gli Usa e un qualsiasi pensiero di destra (per esempio nelle Università).
    E non tiene conto del grave problema che interessa anche l’Europa del terrorismo e del fondamentalismo islamico (quello che impone ricatto e censura, per cui anche far satira diventa complicato solo sull’Islam) che costringe praticamente ad usare una dialettica con par condicio in condizioni di clandestinità (o con l’ausilio di scorta perenne inseguito da fatwe di morte e adesioni vili governative per evitar ricatto).

    Ma l’analisi sembra vivere in una dimensione sua, dove la realtà non è più quella che è, che si vede e si vive, ma quella che si discute nei salotti dell’intellighenzia sinistrorsa miscelata con tratti noglobalisti, socialisti (che per definizione però coi noglobalismi non sarebbero proprio convergenti a dirla tutta), immancabili riferimenti marxisti (ancora, nel 2008, allucinante..) e magari qualcosa di verde che fa sempre fico.

    Dove sono i partiti politici in Europa? –
    Eppure il Pse ed il Ppe non sono altro che la somma di quei partiti che, anche nate dalle resistenze, hanno il ruolo di costituire l’opinione pubblica.

    Io mi domando invece dove sono le letture critiche di questo testo! Certo non in questo blog.
    Non è un caso se poi la conta è veloce, sempre più veloce dei rimasti, rigorosamente autoreferenziali anche quando la realtà richiederebbe qualcosa di più.

    Buona serata.
    Alieno

  9. articolo interessante.. di balibar ricordo un testo di filosofia politica su marx la cui lettura fu per me molto ostica (ma non mi arresi alla prima lettura eh!)

  10. anonimo in ha detto:

    A proposito della critica alla costruzione europea, è interessante il dato fornito in questi giorni dall’Irlanda.

    Alieno

  11. AnelliDiFumo in ha detto:

    Mai letta un’ammissione di colpa politica tanto dotta, caro Luca.

    Certe menti sopraffine si portano appresso una maggiore responsabilità politica, quando commettono errori così macroscopici.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: