m0ltitudini

da bambino giocavo con le pentole

PROTOCOLLO SENZA MARGINI

 
Nella foto: esclusiva, le modifiche al protocollo promesse ed ottenute da rifondazione comunista.

AVVISO:ULTIMI GIORNI DI SONDAGGIO..IN BASSO A SINISTRA.
Alla fine, era un protocollo senza margini.
Il governo ha deciso di porre la fiducia. Primo dato curioso: si è deciso di porre la fiducia prima di sapere su quale testo. Curioso. Ma in effetti, il concetto di "fiducia" presuppone un atto di fede, che prescinde dai contenuti. Fidati.
Si è poi scoperto che il testo sarà quello, grossomodo, originario, di questa estate.
Io nemmeno entro nel merito del testo.
Mi faccio solo alcune domande.

Rifondazione si è espressa in modo nettissimo, su questo testo, lo ha criticato come se parlasse di un provvedimento di un governo rispetto al quale è all’opposizione.
Non mi interessa stabilire se abbia o meno ragione, ma questa è la sua posizione.
Dini esulta, irridendo la sinistra che, a suo dire, è messa all’angolo.
Vero, non vero? Non lo so..prendo atto, un po’ tutti leggono la vicenda così.
Rifondazione, pur negativissima…voterà comunque il testo.
Lo voterà per non fare cadere il governo. Ok, niente da dire…lo capisco. Posso non condividere, ma c’è una coerenza con tutte le porcate accettate in nome della lealtà al governo.
Però, rabbiosamente, chiede una verifica a gennaio.
E qui…mi perdo, non comprendo.
Una "verifica", dentro una maggioranza, è quel momento di confronto programmatico dopo il quale, se l’esito è negativo, si esce dal governo, se è positivo, ci si rimane.
E’ evidente che la verifica che si chiede è sui temi sociali, del lavoro.
Me lo chiedo in modo laico, perchè scorgo una contraddizione, una illogicità:che senso ha?
Verifica..de che? Perchè su questi temi è chiaro che se a novembre esce un testo che il prc giudica così male, non è che tra un mese e mezzo potrà verificare granchè di diverso. L’iter stesso del protocollo, intendo dire, è di per sè una verifica della sintesi possibile da parte del governo Prodi, dei margini di intervento, dello spazio di agibilità. Non entro nel merito di quanto questa sintesi sia accettabile, dico solo è che è chiaro già ora quale essa sia, senza bisogno di verifiche tra un mese.

In questo senso non comprendo che verifica si chiede: se non c’è motivo di far cadere ora Prodi malgrado una posizione così negativa sul protocollo, perchè , eventualmente, a Gennaio? E, viceversa, se , come è ovvio che sia, Rifondazione a gennaio verificherà che non c’è spazio e(nel momento in cui si chiede la verifica si mette in conto di uscire dal governo) dovesse di conseguenza togliere il sostegno a Prodi…perchè non farlo adesso, dopo la sconfitta patita che non potrà che riprodursi tale e quale tra un mese?
Insoma: per me, se voti la fiducia ora, non chiedi nessuna verifica. Vuoi esser leale al governo perchè… bla bla bla? Ed allora non si minacci una cosa che non ha senso. Non è che puoi ottenere a gennaio quel che non hai ottenuto adesso.
Come ci stai ora, ci stai anche tra un mese, sinchè altri non deciceranno per te sbattendoti fuori.
Oppure trai ora le conclusioni che trarresti egualmente a gennaio.
Altra domanda.
Il centrosinistra intero, non solo nelle sue frange più estreme (???), assieme al sindacato di stato CGIL, per anni mi ha raccontato che la legge 30 era una legge ingiusta, che apriva al precariato, un provvedimento sbagliato, l’ennesimo del governo Berlusconi. Scioperi, cortei , milioni di persone in piazza.
Il protocollo, che piace alla CGIL,  di fatto sanziona che la legge 30 va bene così com’è.
ERGO: qundi, questo governo e la CGIL mi stanno dicendo che Berlusconi non ha fatto poi una legge così brutta? Ossia..vi sbagliavate..ed aveva ragione lui?
Basta saperlo, eh.

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47 pensieri su “PROTOCOLLO SENZA MARGINI

  1. Secondo me è inopportuna una verifica perchè andare a ricontrattare il programma non ha senso… Un programma era stato fatto è stato disatteso… STOP! Si va a casa.
    Questo dal mio punto di vista.
    Dal punto di vista di Giordano però la cosa è diversa.
    Il protocollo welfare si vota perchè non vogliamo fare entrare in vigore lo scalone Maroni. Poi a gennaio senza più scadenze imposte, verifica…
    Chi avrà ragione tra me e Giordano? Mah!

  2. sì, concordo con andrij83, è tutta una questione di scadenze e tempi stretti. discutibili, ovviamente.

  3. @franco
    Il punto è che la scadenza è ora: se vuoi stare..stai, ora come a gennaio.
    La verifica è una presa per il culo.

    intanto è già certo che, a prescindere, la sinistra voterà il decreto 181.
    Che lo si modifichi o no.
    Perchè?
    Quel decreto sta nel programma?
    No.
    Non votandolo resta in vigore qualche legge che va abbattuta, come nel caso dello scalone..?
    No.
    semplicemente il decreto non diventa legge.

    Prevede la reclusione dei comunitari nei cpt che il programma voleva superare..ah, ecco cosa si intendeva con “superarli”!!!

  4. Roma-scoperto nuovo simbolo della Cosa Rossa.

    Dopo una lunghissima ed estenuante riunione ,che ha visto tutti impegnati alla ricerca di un nuovo simbolo-“falce e mavtello,son così fuovi moda..Non seguon un tvend modevno,e mal si adattano al nostro cashmiv” sostiene il presidente della camera Fuast’O Bertynights- finalmente è stato trovato il nuovo simbolo che racchiude perfettamente:metodo,merito,stile,obiettivi della sinistra del leggendario 20 ottobre

    eccolo qui sotto

    “continuiamo così ..facciamoci del male”

  5. Caro, moltitudini, ho sciolto questo problema anni fà io, quando rif.ne permise a Prodi di entrare in Europa. Cioè, ho deciso una volta per tutte di sciogliere l’ appartenenza-ed ho cominciato a votare chi decido io. Ho votato, di volta in volta, sia il PRC(che non voterò più), oppure gli Umanisti, o anche non ho votato. Poi, la scivola della sinistra comunista, inizia già nel PCI, il 1977, quando Lama, decise di far passare nella CGIL, che il salario dovesse dipendere dall’economia. Sub-alternità al capitale. Poi quelli che si rifacevano a lui nel partito, sono quelli che hanno-sfasciato il PCI, e poi hanno messo in piedi il PDS-DS-PD, ora a questa deriva è arrivato anche il PRC(per me da ciò che ti ho detto prima), ed è inutile che scimmiottano-il sì ed il nò! Sono tutte sceneggiate fuori luogo. Alle prossime, io voterò per Marco Ferrando, perchè si è messo in discussione. Il resto si vedrà!

  6. Grande Sar!!!!!!!!!
    Come militante ed ex candidato alle elezioni comunali x il pcl-ilpartito del compagno Ferrando-ti ringrazio per il sostegno!

  7. SaR
    io questo problema nemmeno lo ho sciolto perchè..perchè mai lo ho annodato: rifondazione la ho sempre schifata.
    😛
    @viga
    scusa…mica ho capito il commento dove parli del simbolo…dovrei vedere una immagine?

  8. Sottoscrivo il commento di andrij83. Punto. A casa.

  9. Si..ma io dico:e ve accorgete ora?
    cioè:pensavate davvero che il “programma” non sarebbe stato disatteso, quando rifondazione si alleò con l’Unione?

  10. no, il nuovo simbolo è la frase:continuiamo così facciamoci del male,capito?
    Vabbè,era una boutade..

  11. è da un po’ che cerco qualcosa di intelligente da dire su tutto ciò.
    mi vengono solo cose sconfortanti e decisamente cretine.
    direi che sono decisamente in sintonia con la sinistra 😦

  12. Dici che si sentono così???
    mah: ciò che dico è che mi stupisco dello stupore attuale visto che era tutto chiaro dall’inizio.

    Beh, intanto mi rallegro perchè indiretamente traggo la conclusione che, secondo te, ho scritto cose intelligenti.
    😉
    ahahahah!

  13. Mi piacerebbe molto interloquire tra compagni su questo argomento, ma c’è tanto da dire e non vorrei monopolizzare questo spazio…

    Lascio solo qualche quesito, allora, per chi vorrà rispondere; e una premessa.

    Parto dalla premessa, naturalmente: in una democrazia parlamentare, un partito comunista (qualunque esso sia) è solo uno strumento che può essere più o meno utile alla migliore realizzazione degli interessi dei lavoratori salariati. Che più il partito riesca a catalizzare attorno a sé il consenso dei lavoratori, più esso avrà forza sufficiente per svolgere efficacemente le battaglie parlamentari, garantendo più diritti ai lavoratori, è un dato di fatto con cui bisogna fare necessariamente i conti.

    Ciò detto, a mio avviso, le domande principali da porsi sono: 1) perché mi dico comunista? 2) qual è la mia prospettiva politica? 3) come voglio perseguirla? 4) quanto è efficace ed efficiente lo strumento di lotta che io scelgo di privilegiare?

    Le risposte a queste domande personalissime, dovrebbero però tener conto di alcuni elementi oggettivi di analisi della struttura economica (tutti strettamente interconnessi tra loro).

    In breve: 1) qual è il livello medio di comprensione della struttura dei rapporti di forza tra capitale e lavoro? 2) la classe lavoratrice ha consapevolezza della propria condizione di sfruttata? (la classe lavoratrice ha “coscienza di classe”, insomma?) 3) là dove non vi sono più le condizioni materiali per una rivoluzione proletaria (la classe lavoratrice europea, oggi, è piccolo-borghese), che senso dare allora alla dicotomia classica riforma/rivoluzione?

    Chiudo citando Engels che, sul tema del post, in effetti, ci dava qualche interessante suggerimento, perfettamente applicabile ai rapporti parlamentari tra comunisti e socialisti:

    (…)«Questi socialisti democratici sono o proletari non ancora sufficientemente illuminati sulle condizioni della liberazione della loro classe, oppure sono i rappresentanti dei piccoli borghesi, classe che sotto molti aspetti ha lo stesso interesse dei proletari, fino al momento in cui si ottengono la democrazia e le misure socialiste che dalla democrazia derivano. I comunisti dovranno quindi raggiungere un’intesa con questi socialisti democratici e dovranno in genere seguire pel momento una politica il più possibile comune con essi, a meno che questi socialisti non entrino al servizio della borghesia dominante e non attacchino i comunisti. E’ evidente che tale tipo di azione comune non esclude la discussione con essi delle differenze.»(…)

    L’avreste mai detto che queste righe sono state pubblicate 160 anni fa? 😉

    Peccato solo che nell’Italia di oggi il principale interlocutore parlamentare di un movimento comunista sia un mega-partito dall’identità un po’ confusa, che rifiuta espressamente persino la dicitura di socialdemocratico… Altro considerevole problema, non c’è che dire.

    “Che fare”, allora, a questo punto?

    p.s. Perdonate l’eccessiva lunghezza del mio intervento, ma il tema è delicatissimo e già così mi sembra di non aver detto nemmeno lo stretto necessario…

    Saluti.

    🙂

  14. Minchia memento, che commentone.
    Bello, urge risponderti.
    Sono poco lucido che ho fatto la notte
    Ne faccio tra le 60 e le 70 all’anno.
    Scondo quanto stabilito da Berlusconi nel2003 e ribadito dall’Unione col protocolo, non rientro tra gli usurati.
    Dormo un poco, poi, più riposato, rispondo.

  15. Tranquillo. Il riposo è il principale diritto dei lavoratori. 😉

  16. Ho votato questo governo anche perché schifato dal precedente, ma già immaginavo che sarebbe andata finire così, con le leggi tanto vituperate che ora rimangono al loro posto…
    Sui sindacati non mi esprimo, ma basta vedere come si stanno comportando con la storia di quegli assurdi fondi cumulativi (a me continuano a dire di aderire all’Espero, ma neppure ci penso).
    Che schifo!
    Ciao, Massimo

  17. Intanto la cosa grave è che PRC ha imposto a Prodi una verifica a Gennaio in cambio del proprio appoggio e Prodi ha risposto, niente verifica e prc con la coda tra le gambe ha comunque dato la fiducia.

    Mi stanno smentendo pensavo che il prc avesse le p… per far cadere Prodi sul welfare, invece… beh c’è ancora il senato.. e siamo a dicembre!

    Infine la legge Biagi*, è un miglioramento della precedente legge sui cococo del governo di centro sinistra (mi pare il D’Alema – 1). Come può ORA i DS e la CGIL esserne contrari se erano favorevoli ad una legge *peggiore*?

    * Ritengo, coerente e correto chiamare questa legge in tale modo per motivi molto banali.
    1. Si chiama così. 2. E’ la prima legge di *grande portata* licenziata dal parlamento dopo l’uccisione di Biagi. Per altro dal ministro del lavoro di cui lui era *dipendente*.
    3. E’ veramente stupido inscenare tanta polemica su un nome. Poi la gente così non sa nemmeno il contenuto!

  18. I comunisti dovranno quindi raggiungere un’intesa con questi socialisti democratici e dovranno in genere seguire pel momento una politica il più possibile comune con essi, a meno che questi socialisti non entrino al servizio della borghesia dominante e non attacchino i comunisti.

    La parte in grassetto è ciò che al momento mi inquieta di più…

  19. @straygor
    Dici che è sciocco fare la polemica sul nome…però tu stesso la apri.

    Chiamiamola come ci pare.
    Chiamarla legge 30 è più corretto sia formalmente che politicamente, perchè è corretto chiamare una legge o con il numero che la contraddistingue, o col nome del parlamentare che firma il pdl.
    E’ evidente che l’abitudine di chiamarla legge “biagi” è tutta politica, perchè si vuol far si che -dopo l ‘assassinio del giuslavorista – chi attaccasse quella legge “offendesse” anche la memoria sua, in modo da accusarlo anche di una certa “complicità” intellettuale con chi ha sparato.

    Cosa abbastanza meschina e scorretta, perchè uno deve esser libero di criticare uno strumento legilsativo senza dover per forza esser considerato amico di chi ha ucciso.
    “ah..attacchi la legge Bagi..sei come le BR”.

    Tra l’altro, aldilà di quel che si pensa sulla legge, è anche vero che Biagi pensò a tutta una serie di strumento che nella legge non ci sono.

    A me premeva fare un altro discorso.

    Voglio capire perchè gli stessi che per anni hanno cercato consenso attaccando quella legge, ora, al governo, la lasciano così com’è.
    Ivi compreso il sindacato, duramente critico con la legge prima, e a favore ora di un provvedimento che quella legge non tange.
    Mi spiego?
    Vorrei che mi dicessero “è una buona legge, infattiu la lasciamo così com’è..ci eravamo sbagliati”.

    Poi convengo sul fatto che se di creare precarietà si vuol accusare quella legge, non è che lo si possa fare dimenticandosi che della legge Treu.
    @the Prof
    Uh poi nel tuo settore la cgil è particolarmente schiferrima. 😉

    Ed ora mi occupo di memento….

    p.s. non mi pare che prodi abbia negato la verifica a gennaio.

  20. Allora, Memento.

    Una prima critica è strutturale: dal tuo discorso il partito pare strumento essenziale a cui il resto è subordinato.

    Premesso che bisogna esser laicamente…relativisti e commisurare le possibilità di vincere su singoli obiettivi alla fase che si vive, insomma, non stiam parlando della presa del palazzo di inverno…

    Un esempio banale: la vittoria francese dell’anno scorso sui CPE è stata ottenuta a prescindere dalla presenza dela sinistra, o dei comunisti, al governo ed in parlamento.

    Un governo di centrodestra autorevole e con ampia maggioranza…ha ritirato una legge perchè un movimento glielo ha imposto.

    Allo stesso modo, parlando di battaglie che vanno oltre la tematica capitale/lavoro, credo che si possa vincere a Vicenza e se si vincerà non sarà per i rapporti di forza in parlamento come così non è stato e non sarà sulla TAV.

    Per capirci, intendo vittorie simili come piccolissimi avanzamenti, come pezzettini parzialissimi di territorio conquistati…..nello scontro col nemico.

    In quei frangenti, come in francia, vinci se fai massa critica, conflitto nella società.

    Lo dimostrano le vicende che ti ho citato.

    Sulle domande che ti poni..
    1) eh non lo so..dimmelo tu. 😉 Questo è un discorso complesso che andrebbe fatto a parte.

    Se a me danno del comunista, per quel che si intende volgarmente con tale termine non viene fatta una cosa impropria , e in ogni caso non mi offendo.

    Detto ciò..se devo “dirmi” io, non mi dico comunista, per tutta una serie di lunghe valutazioni che ora ti risparmio.
    Sicuramente marxista, sicuramente anticapitalista, comunque.

    2) la mia personale prospettiva è fare la mia parte, nel limite dei miei strumenti e possibilità, nell’ambito dei singoli conflitti che viviamo, mobilitandomi e partecipandovi. Parlo di tutti quei contesti che ovviamente sono di natura “resistenziale”, perchè non cambiano certo strutturalmente la società, ma che hanno anche una natura costituente perchè mettono in moto meccanismi nuovi di partecipazione e discussione.
    Con tutti i loro enormi limiti, credo che i social forum siano stati strumenti interessanti.
    Non credo che alo stato atuale possa esistere IL progetto, organico, ideologico, strutturale. Mi spiego?
    3) Più o meno ti ho risposto già.
    4) nel limite imposto dalla fase e con gli attuali rapporti di forza, abastanza. Ma attenzione: io non credo che il MIO strumento sia l’unico, credo che possano articolarsi tra loro strumenti e sensibilità diverse.
    Se avessi pensato che il MIo strumento fosse l’unico ed il necessario, non ci sarebbero state 300.000 persone a genova nel 2001, così diverse tra loro.

    Le altre 3 considerazioni che fai aprono uno scenario di natura speculativa e teorica impegnativo.

    Mi fermo col dire che dovremmo intenderci su cosa si intende, proprio a livello di paradigma, per “rivoluzione”.
    E’ chiaro che se uso questo termine, non posso intenderlo nelle forme e nel paradigma che lo hanno contraddistinto sin qui.
    Secondo me accostare le bellissime parole di Engels allo scenario attuale è sbagliato.

    Il PD, se è ciò di cui parli, non è interlocutore di nulla. Non si pone affato come elemento riformista nela dialettica rivoluzione/riforma.
    Il pd è uno strumento..per usare il tuo linguaggio…del capitale.
    E’ semai il PRC, in quella dialettica lì, a rappresentare il polo “riformista”.

    Sul termine “comunismo”, credo che una dellempoche asserzioni valide resti quela, cito a memoria, che lo intende come processo che abolisce lo stato di cose presenti.

    Spero di aver risposto in parte e di non essermi sottratto alla tua sollecitazione.

  21. Purtroppo non trovo testi precisi, però ricorderai che Prodi ha detto qualcosa del tipo:
    nessuna verifica a gennaio, ma un punto della situazione..

  22. @straygor
    Ha solo detto “vedremo dopo la finanziaria”.
    Almeno sui dati oggettivi, conveniamo.

  23. risposta sul futuro di sinistra critica sul mio blog.
    passa

  24. Verifica a gennaio? ma cosa cazzo devono verificare ancora quest’accolita di burocrati senza pudore, ma chi credono di prendere per il culo ancora? Rifondazione si sta dimostrando la più grande presa per il culo politica a cavallo di due secoli. La settimana scorsa Vendola all’Infedele ha dichiarato che “il comunismo è una città che brucia”. Che cos’è, la versione di sinistra del “mai stato comunista” di Veltroni? Mi fa rabbia una cosa, per quanto banale possa essere: questa gente “ha svoltato” ( nel senso che si è ben accomodata, come si dice da queste parti) riempiendo di illusioni e speranze migliaia di compagni che ci hanno creduto e che hanno dato l’anima per “il partito”. Ma andassero a cagare. Una volta si definiva questa gente “socialfascisti”, termine stalinista sicuramente azzardato e propagandistico. Questi sono aldisotto anche di quell’offesa, sono semplicemente una manica di opportunsti.

  25. Provo a chiudere qualche parentesi rimasta in sospeso.

    Mi concentro soprattutto sulla mia premessa di prima, quella dedicata al ruolo del partito comunista, la quale sta tutta nel rifiuto o nell’accettazione del parlamentarismo (e sempre a condizione che l’Italia sia ancora una democrazia parlamentare).

    Nel concreto: in commissione lavoro Rifondazione aveva strappato due significative migliorie al protocollo di luglio (abolizione del limite delle 80 notti; definizione di una cornice temporale alla ulteriore proroga oltre i 36mesi di tempo determinato, con assunzione automatica al successivo rinnovo).

    Il Governo ha fatto spallucce, e ha buttato dalla finestra due mesi di trattative estenuanti, riproponendo il proprio testo, come se la funzione legislativa non fosse più prerogativa preminente del Parlamento. Assurdo.

    Io poi sono convinto che la rottura definitiva ormai si sia consumata, ben al di là delle dichiarazioni di rito. Ma tra qualche settimana sarà già tutto più chiaro.

    Ad ogni modo – ci tengo a sottolinearlo – il senso della mia citazione di Engels è esattamente quello evidenziato da Skeno. Perché il punto centrale – a mio avviso – è questo: noi comunisti/anti-capitalisti siamo talmente pochi oggi come oggi che non possiamo permetterci di accontentarci né delle sole lotte di movimento, né delle sole iniziative parlamentari.

    Io ho sempre sostenuto la necessità di perseguire entrambe le vie.

    E senza che la presenza di un partito comunista nel governo debba in nessun modo condizionare le iniziative più legate al territorio (il movimento agisce nella più assoluta autonomia: su questo non si discute!).

    Io ho votato Rifondazione perché ero certo che le uniche persone che in Parlamento si sarebbero battute senz’altro contro la precarietà si potevano trovare in quel partito.

    E le battaglie parlamentari ci sono state. Solo che si sono tramutate in una serie di sconfitte che non può più essere ritenuta casuale.

    Credo anche io, a questo punto, che il PD oggi agisca proprio come uno strumento del capitale “al servizio della borghesia dominante”.

    Però non credo sia saggio rinunciare definitivamente alla possibilità di incidere più efficacemente sul processo di formazione delle leggi.

    Oggi, più di ieri, un lavoratore salariato in ogni singola azienda ha un potere contrattuale pari a zero. Senza un’adeguata riforma del diritto del lavoro, insomma, lo sfruttamento ritornerà ben presto – in ogni settore – ai livelli della fine dell’Ottocento.

    Un soggetto politico unitario delle Sinistre (comuniste e non) potrebbe invece riuscire ad avere la forza (i numeri) in Parlamento per realizzare quegli interventi legislativi che possano essere in grado di garantire nuovamente che la modalità prevalente di gestione del rapporto di lavoro subordinato sia – come minimo – con contratti a tempo indeterminato, con ferie e malattie pagate.

    É inutile prenderci in giro: ma quale ragione economica, che non sia il mero perseguimento del profitto fine a se stesso, può giustificare una ‘flessibilità’ che si può protrarre per tre anni + una ulteriore proroga (non si sa nemmeno bene di quanto)?

    Questo è il modo pratico che le imprese hanno trovato per garantirsi l’equivalente della libertà assoluta di licenziamento. Io ti assumo di ‘x’ mesi in ‘x’ mesi e, volta per volta, valuto se mi conviene o meno rinnovarti il contratto quando scade.

    Peccato che il lavoratore sia una persona, e non solo una variabile del conto economico dell’impresa.

    Chiudo qui. Della scomparsa della coscienza di classe e della dicotomia riforma/rivoluzione, magari, ne riparliamo in qualche altra occasione, ché ho già occupato troppo spazio… 😉

    Saluti.

    🙂

  26. @korvo
    Come saprai le critiche a rifondazione le condivido.
    Tanto è vero che le facevo anche quando te probabilmente gli facevi campagna elettorale…;)
    Scherzi a parte, se vogliamo “geometrizzare” un po’, io probabilmente sono collocato su un fronte più intransigente del tuo.

    Detto ciò, mi pare davvero inadeguato buttarla sul chi è comunista e chi non lo è più, eccetera.
    Non è di per sè una critica all’uso di quel termine, o l’utilizzarlo o meno, il problema.
    Diliberto si dichiaria orgogliosamente comunista, eppure col prc ruppe da destra, sostenne un governo che fece la guerra in kossovo, e nella partita attuale ha le stesse responsabilità del prc, solo un po’ di meno perchè guida un partito residuale ed inutile.

    A me se ci/vi/ si definisce/definite comunisti o meno poco importa, mi imprtano le posizioni concrete oggi sulle sfide di oggi.

  27. Memento
    occupi lo spazio in modo appropriato.
    Tra le tante cose che dici alcune mi convincono altre meno, ad esempio la questione dei numeri in parlamento.
    L’egemonia, non è un fatto numerico, ma politico.
    Lo dimostra Dini.
    Certo che i movimenti sono autonomi.
    Il è punto è che rifondazione ci stava, ed a pieno titolo, nei movimenti.
    Lo iato diventa insopportabile nel momento in cui quel partito va al governo pensando di poter ancora interloquire con quei movimenti dentro i quali stava o vorrebbe tentare di stare.

  28. Naturalmente concordo in tutto e per tutto.Ma il sondaggio dov’è che non lo vedo? Forse sono arrivato un pò in ritardo… 😦

  29. Bella discussione. Mi sembra di aver capito, dalle parole di moltitudini e memento, che il nodo centrale sia l’approccio al parlamentarismo. Dato per scontato che il parlamento abbia ancora la funzione di rappresentanza che sembra invece aver perso, esautorato nelle sue funzioni dai governi rappresentanti di interessi altri, quale dovrebbe essere il rapporto tra società e politica? Questione da nulla….

    Io credo che un rapporto debba esserci, per forza. E come esempio porto quello del pacchetto welfare.
    A prescindere dal fallimento della strategia complessiva di RC (governo dell’Unione) che ormai appare evidente, il fatto che il partito voti la fiducia (alla faccia del parlamentarismo!) risponde ad un vincolo sociale piuttosto che a uno politico. Voglio dire, le istanze sociali trovano una risposta (piccola, inadeguata, fallimentare quanto si voglia) nell’azione legislativa tesa a bloccare l’entrata in vigore della Maroni.

    Ovviamente il risultato è disastroso, ma sta lì a dimostrare che le condizioni di lavoro e di vita del proletariato diffuso si sollevano solo se le spinte di cambiamento radicale provenienti dalla società trovano un qualche sbocco legislativo.

    L’esempio che porta moltitudini della battaglia francese sul CPE è importante, perchè illustra la capacità che ha la mobilitazione sociale di incidere sulle scelte dei governi, ma dimostra anche come alcune battaglie, prive di supporto politico, possano soltanto attestarsi su posizioni di retroguardia, capaci magari di interrompere un processo legislativo, ma incapaci di ottenerne di altri e diversi.

    I due piani quindi, il sociale e il politico, camminano di pari passo e quando lo fanno ottengono dei risultati.

    Allora il punto forse è un altro, anche questo notato da moltitudini.
    E’ l’egemonia la chiave di volta, il punto sul quale concentrare gli sforzi OGGI, quando la via parlamentare è sbarrata dall’inconsistenza dei numeri e dal rimescolamento delle carte politiche (la nascita di un pd a vocazione maggioritaria.)

    Faccio notare, sommessamente, come il concetto di egemonia sia stato introiettato dalle destre radicali che ne hanno sperimentato la valenza nelle periferie delle città italiane.

    Come ottenere l’egemonia non lo sò, per ora io vedo solo gran confusione. E sono preoccupato, in primis dalla voglia irrefrenabile di qualcuno di francesizzare la politica di sinistra in italia.

    Saluti.

  30. @teladipenelope
    Saluti a te!
    In serata di rispondo.

  31. @teladipenelope
    A mio avviso, con quel voto di fiducia si tiene fede ad un vincolo politico, anzi, politicista, con Prodi e gli alleati.

    Perchè quelle istanze sociali che il PRC vorrebbe rappresentare con questo voto non vengono affatto tutelate, al contrario.
    Gli scalini sono peggio dello scalone e riguardano una platea assai più ampia di lavoratori.
    Sembrerò un utopista, ma in realtà sono estremamente realistico: non c’è battaglia vincibile nel palazzo, perchè in quella cornice solo la compatibilità è esercitabile.
    Dal mio punto di vista solo nel sociale e nei territori è possibile agire resistenza e guadagnare qualche punto sottraendo terreno all’impero ed al potere.

    Persino in Italia le più grandi conquiste il movimento operaio le ha fatte dall’opposizione, perchè forte era il movimento sui posti di lavoro e nei territori.

    Per francesisazzione suppongo te intenda la parcellizzazione della sinistra politica, partitica.

    Beh, di quello mi frega poco (pur nella situazione di cui parli tu si è vinto sul CPE), complessivamente con la Francia farei volentieri cambio.

  32. Lasciamo perdere …. questa finanziaria stabilisce che i precari co.co.co debbano essere regolarizzati solo se hanno maturato 3 anni (anche non continuativi) e siano in attività il 1° gennaio del 2008… bene io ho fatto 2 anni e mezzo e resto a casa…. ma anche la gente che ha maturato 5 anni, 10 anni ed ha scadenza il 31 dicembre…. secondo te si vedrà il contratto rinnovato??? No… no perchè così non potrà essere in servizio il 1 gennaio 2008…. E non è finita qui… la finanziaria prevede che un ente pubblico non possa confermare come co.co.co un co.co.co che abbia lavorato per più di 3 mesi… quindi io che son lì da due anni e mezzo sto a casa e mi ritrovo disoccupata!!! Vadano a cagare!!!

  33. @missmeletta
    eh, appunto.

  34. @babbuino
    poi ho recuperato l’articolo.
    In realtà si, mi cita, ma cita una frase (che letta così non significa nulla) scritta in un intervento che ho fatto altrove, non qua.

  35. AnelliDiFumo in ha detto:

    Hai ragione su tutti e due i punti, caro mio. Purtroppo.

  36. anonimo in ha detto:

    Post e commenti gradevolissimi, devo ammettere.
    Innanzitutto rinnovo il massimo apprezzamento al blogger per la sua capacità di attuare una capacità di messa a fuoco difficilmente contestabile (trasversalmente), con filo logico assolutamente corretto (immagino intendessi questo con “laico”), onesto.
    Apprezzamento che spero abbia un valore aggiunto dal provenire da un lettore come me, di tutt’altra collocazione geometica o comunque con divergenze anche insanabili di posizione sui vari temi.

    Noto che poi naturalmente si introduce tutta un’analisi sul percorso socialista o comunista (probabilmente analisi che compiono ormai in molti, tradizionalmente di sinistra, in piena crisi non dico d’identità, ma almeno di identificazione in chi potrebbe meglio rappresentarli).

    Sarà bene tener presente, visto che se ne parla un pochino, che il movimento socialista è storicamente fallito in Occidente; lo dico senza valutazioni di merito, solo constatazione di dati oggettivi, storici appunto, alidlà delle soggettive simpatie o avversioni.

    Verso la metà del 1800, si può dire, il socialismo come movimento politico comparve più concretamente con l’accezione di idea riformatrice e moderna (ed era così tenendo conto del contesto del periodo).

    Che il socialismo abbia il suo incontestabile fascino tra molti, come ideologia, è forse ulteriormente dimostrabile tenendo conto del fascino esercitato con un altro messaggio ideologico (spogliandolo di contenuti di sacralità e spiritualità, ovviamente): quello del cristianesimo, che tutt’ora continua ad affascinare, cioè da oltre 2 millenni.

    Molti riformatori sociali, tra cui francesi come Cabet e Proudhon (e non è un caso che il consenso sia prevalentemente in Francia, sia perchè luogo perfetto per scuotere convenzioni sociali, come fece la Rivoluzione francese, sia perchè lì, come in altri Paesi europei la rivluzione industriale creava problemi sociali pesantissimi ed esasperanti), insieme a tanti altri riformatori sociali, tra cui tantissimi ecclesiastici, alcuni dei quali preminenti, insegnavano che il socialismo altro non era che il cristianesimo con un nome diverso.

    Idea che tutt’ora colpisce parte del clero cattolico e della comunità cristiana in genere (e che, almeno nel messaggio e nelle parole, se non nei fatti, colpisce ancora chi è attratto dal cristianesimo).

    Ieri come e più di oggi la gente era “matura” per accoglier l’idea di una soluzione alle problematiche sociali, riformando la società appunto, in modo che la proprietà pubblica delle risorse avrebbe permesso meglio alle masse di avere parte uguale dei vantaggi, beni e servizi, a fronte di un lavoro (e fatica) congiunta. Naturalmente ciò in antitesi con il modello in cui l’accesso delle risorse era marcatamente (senza scatole cinesi o diluizioni dialettiche ecc) stretto appannaggio della proprietà privata.

    L’idea del “socius” (compagno – in latino) che congiuntamente unisce gli sforzi e che congiuntamente divide in parti eguali non ebbe particolar successo (senz’altro suscitò curiosità o preoccupazione magari nei salotti, magari, il radical chic ed il “lusso” riservato all’èlite di benestanti di poter fare impegno sociale è sempre esistito..) nonostante le teorie sociali affrontate da Owen, Saint-Simon, Fourier…
    però bisogna arrivare al socialismo moderno per arrivare ai movimenti veri e propri, pur essendo il compito di questi “teorici” utile per preparare il terreno.

    Socialismo moderno, dicevo, ovvero, un sistema sociale organizzato in modo tale per cui il possesso ed il controllo dei principali (già non più tutti quindi) mezzi di produzione e di distribuzione dei beni sono affidati allo Stato.
    Si ha quindi la prima idea di Stato moderno distributore di servizi con equità, giustizia sociale, compensatore di equilibri e così via non più dovute come azioni pie e volenterose ma come doverose, definendo in questo anche le sue finalità ultime.

    Apparentemente i suoi fini sembrerebbero affini a quelli comunisti e qui si apre la questione (per cui si è scomodato Engel e di conseguenza mi ha dato il La per legittimar lo sviluppo del tema divergenza comunismo-socialismo e percorso, proponendosi domande utili come quelle scritte, ma alla quale non dissocerei quella “da dove veniamo” per esempio, pur restando ancorati al presente con le sue dinamiche diverse).

    Simile al comunismo, dicevo, il socialismo, ma una delle diversità di non poco conto è che l’attuale socialdemocrazia incoraggia (o dovrebbe) riforme progressive, ma non la rivoluzione ed un sistema unipartitico (per esempio quello proletario o uno qualsiasi di ogni applicazione comunista che la storia dell’uomo ha prodotto fin oggi).

    Quindi si può dire che, aldilà dell’uso propagandistico-retorico, dialettico del fine ultimo liberatorio, è il socialismo che rispetta più le libertà individuali e non il comunismo che invece le sacrifica in nome del collettivismo, detto in parole spicciole…

    E però, pur nel rispettar libertà individuali più del comunismo, il socialismo non è stato in grado di portar esempio realizzato di felicità, nè esempio nè modello da emulare (anche se per anni la Svezia sembrava esserlo nei salotti, se non tra le masse) ed uno dovrebbe chiedersi perchè, dov’è l’ingrediente che manca o quello di troppo.

    Perchè?
    Innanzitutto il socialismo è stato sconfitto non dal capitalismo, ma dal nazionalismo (illuminante messaggio ben esposto e trainante di un film che adoro, introvabile purtroppo, perla del cinema italiano mai valutato ed onorato degnamente: “uomini contro” che consiglio a chi, ancora, non ha avuto l’opportunità di vedere).

    Il leit motiv del film inquadra perfettamente che la questione, il conflitto non è tanto tra la borghesia e le masse (per lo più rurali o bottegaie in quel periodo), nè tra i ricchi ed i poveri in fondo (anche se si percepisce, a mio avviso, che pur non mai detto, c’è alle spalle l’interesse di una “confindustria” dell’epoca)..
    no! Quello che piega ogni movimento è, infine, il nazionalismo.

    Quello che in sostanza impedisce ai disgraziati “nemici” per forza, in realtà uniti dalla disgrazia imposta e non comprensibile nella sua logica, affatto umana, aldilà dei confini, dell’appartenenza nazionale.

    E’ il nazionalismo, infine, che vince la capacità di rendere applicabile l’idea di solidarietà internazionale, delle classi lavoratrici (attenzione: ieri non solo operai, oggi ugualmente, allora anche legati al mondo rurale, oggi legati al terziario, quella dell’operaio è una bandiera ben più comunista che socialista, ben più retorica che concretamente corrispondente al tessuto: basti pensare alla disparità di trattamento laddove il comunismo è stato applicato, tra mondo operaioe mondo contadino!).

    Verso la fine del 1800, una federazione di partiti socialisti e sindacati (Seconda Internazionale) non esitava a produrre fieri libelli e proclami contro la guerra, interessi appunto nazionali e non delle classi lavoratrici visti come entità unica senza confini territoriali.
    Però poi, quando scoppiò la I° guerra mondiale (da cui giustamente il film “uomini contro” ne trae il primo messaggio di tristissima sconfitta socialista), nel 1914, la federazione socialista-sindacale si rivelò incapace di reagire ed opporsi, ovvero di concretizzare i suoi prodi proclami.
    La maggior parte delle componenti internazionali, poi alla fine, si piegarono se non addirittura spesso SCHIERARONO dalla parte dei rispettivi governi o delle proprie Nazioni, rendendo vacui i sogni internazionali, di solidarietà internazionale delle classi lavoratrici e di tutte le altre belle parole spese.

    Più o meno come capita sempre più spesso all’Onu o ad altre iniziative internazionali di aiuto, impotenti nell’agire, aldilà delle condanne (e nella constatazione del proprio fallimento nell’agire), dinanzi alle tragedie che gli si pongon davanti praticamente (facile sentirsi buoni e bravi nei simposi e nei salotti o saloni conferenziali, ma poi bisogna pur concretizzare…).

    Da allora, credo, il socialismo ha continuato a perdere il suo aspetto peculiare originario: quello dell’inter nazionalità (ovvero del superamento nazionale), frammentandosi sempre più e finendo per parlar, dal linguaggio unico e dal forte potere unificatore e persuasivo, un linguaggio diverso a seconda delle persone e dei luoghi di appartenenza. E con esso dicasi lo stesso per i significati.

    Perdendo quella battaglia, poi, è naturale che il socialismo abbia perso “potenza” (quella che affascina le masse, che coinvolge e fa credere con determinazione nel progetto che è anche concreto o concretizzabile), perdendo sempre più terreno nella storia e sempre più opportunità, via via nel “vuoto” socialista riempito via via in qualche aspetto, ora da questa ora da altra ideologia o movimento o organizzazione sociale.

    Penso che sia questo che ha prodotto, tanto nel nostro Paese col socialismo, quando in quelli anglosassoni col il movimento storico laburista (spesso dimenticandone anche il significato strettamente legato alle classi lavoratrici, appunto), una perdita di fiducia nella possibilità di poter davvero realizzare una società democratica (quindi rimarcando una differenza sostanziale col comunismo o il marxismo, affatto democratico, per quanto oggi i pochi comunisti rimasti si appellino al rispetto della democraticità in ogni ambito, prevedendo esso un’organizzazione monopartitica, certo non il Pd, che ha compiuto ciò che non sono stati in grado di realizzare e che oggi condannano ipocritamente anche perchè destituisce le piccole identità, ma il PC piuttosto, che a loro, storicamente andrebbe…

  37. anonimo in ha detto:

    No, ripensandoci meglio, lo slogan-simbolo di Cosa Rossa ideale non è “dì qualcosa di comunista, dì qualcosa di comunista..”, cosa che in effetti accade spesso (salvo poi però restare ed approvare), ma:
    “Fa qualcosa di comunista…fa qualcosa di comunista…”.

    Il che però costringerebbe Cosa Rossa ad artifizi politico-dialettici per giustificare la propria servitudine al potere (di cui detiene al momento piccola rappresentazione, ma con la prospettiva di non averne per un bel po’ di tempo alla caduta di Prodi), che già attualmente sono complicati.

    Sicchè forse, per non inasprir elettori già sfiduciati e consensi in procinto di distacco da delusione, sarebbe meglio, volendo far l’avvocato del diavolo un:
    “Meglio pochi ma buoni!”

    Oppure:
    “In via d’estizione! Salvaci con un voto!”

    Od anche:
    “Non siamo comunisti veri, ma almeno quelli che gli assomigliano un po’ di più”.

    E perchè no uno schietto, fiero:
    “Ieri antifascisti, oggi AntiPiDuisti!”

    O aggiornando la propria politica al tessuto sociale attuale anche, in sostituzione all’obsoleto Falce e Martello un:
    “Bottone, penne, Pc e Telefono” l’ultimo simbolo a rappresentare la sfigatissima categoria precaria del call center a cui appartiene la mia ragazza, con paga base fissa pari a 0 Euro, 10 Euro a contratto concluso, con durata del contratto non pianificata (a progetto…), che permette, indicando l’interesse proprio del lavoratore (sostituibile facilmente in caso di non approvazione incondizionata) di poter far lavorare anche per 8 ore i lavoratori-schiavi (ricordo a paga 0 Euro), in cui l’azienda non rischia nulla naturalmente ed in cui i precari sono aizzati contro pensionati, anziani ed ignoranti per fargli firmare contratti affatto convenienti ed onesti (per non dir truffaldini come istruzioni ortodosse raccomandano in un preciso vademecun della proposizione dell’offerta di compagnia). In caso contrario fanculizzamenti e maleducazione a go-go a danno del precario per ore ed ore, rivelando un Paese di farabutti isterici, egoisti, insensibili o anche solo esasperati, da Sud a Nord.

    E’ il governo della sinistra baby!
    Che non differisce forse dal primo, ma almeno l’altro non aveva pretese di superiorità morale ed etica…

    Ovviamente la mia ragazza non produce una quantità di contratti (per aver diritto ad un minimo, circa 300 Euro, ne deve fare un tot mese che è in prossimità dei 100 contratti, in concorrenza con altre compagnie, ma anche con la propria, con i precari della stessa, anche lì insieme a lei, in una competizione a chi è più senza scrupoli e quindi impietoso nei confronti di anziani o meno preparati per non cedere all’offerta: vince chi è più stronza, diciamolo.
    E non a caso, non è e non potrebbe essere la mia ragazza.
    A volte, diciamo insieme malinconicamente, purtroppo.

    Che tristezz…
    Ho consigliato di tentare di finire il periodo, in cui l’unica a guadagnare è solo la compagnia, in fondo.
    Ma solo per recuperar le spese (benzina e pasti) fino ad adesso già spesi (si può lavorar a progetto rimettendoci soldi di tasca propria, ebbene sì).
    Altrimenti l’avrei spinta a fanculizzarli subito.

    Nei talk show c’è sempre il volenteroso di sinistra che si scandalizza chiedendo come si possa vivere e precariamente con 500 Euro o 300 mese (ricordo una trasmissione di Santoro). La realtà è peggiore, per molti schiavi del call center.
    Raccogliendo informazioni con i tecnici Telecom, una volta lavoranti ai cavi ed ora costretti dopo sommaria preparazione, magari a 45 anni, a riconfigurarsi come tecnici adsl, naturalmente teneramente incapaci (con tutta la mia comprensione), ma almeno capaci di tentar di raggiungere la pensione (e pazienza per i disservizi da loro provocati, poveracci!) ed altri del settore, tutti concordano che l’errore è stato non concedere la vendita di Telecom alla AT&T, che aveva però il difetto d’essere Usa, quando invece certe mortadelle i milionari investimenti ed affari con gli amici li fanno in tutt’altra direzione (est, per cominciare).

    Potrei citare altri casi esasperanti di caduta in un regime di concorrenza selvaggio, spesso finto, a volte con cartelli a volte con empasse paradossali, in cui sempre mi vien fatto il nome di Prodi e soci come responsabili primi (che svende agli amici quando conviene o che spedisce l’amico Rovati a far affari in Lettonia, Estonia ecc che poi, guardacaso, entreranno in Europa, quando lui e soci son già collocati economicamente-finanziaramente… sì, proprio il Rovati che, nel far affari di famiglia, fece il capro espiatorio temporaneo col foglio con griffe governativa per inciuci telecom, ricordate? Doveva scandalizzare tutti: cdx e Bertinotti, obbligandolo suo malgrado a render conto al Parlamento (al Paese dunque) perchè dalla Cina (in trasferta con confindustria, altro tema dimenticato..) non voleva saperne di rispondere. Sì, lo stesso Prodi che oggi dice che sempre bisogna rispondere del proprio operato politico, se si parla di Rai, per esempio…
    Beh, tornando al piccolo, capita che si costruisca edilizia popolare.
    Che tutto sia predisposto per partire installando linee elettriche, acqua, gas. E però la costruzione non parte, bloccata dalla concorrenza. Quella telefonica!
    Perchè Telecom, giustamente dice:
    perchè cazzo devo farla io, a mie spese la linea se poi le utenze magari mi diventano tutte Infostrada, Wind o chissà che altro?
    Mi convien che la faccian altri e semmai poi cerco di portarmi via i clienti: meno dispendioso in termini di lavoro (e operai necessari).

    E così l’edilizia popolare è ferma, al momento, già essendo già infinitamente lenta e incapace di esser ricettiva secondo bisogna reale (com’è nel mio caso).
    Tanto mese più, anno più, che differenza fa, penseranno questi malnati, nei loro uffici, salotti, col culo sulla poltrona che, fortuna non sempre diffusa, ha pure un tetto proprio sulla testa…

    E’ così che poi mi tocca ascoltare, tristemente commenti esasperati:
    Ci fosse un po’ di comunismo (o in alternativa di fascismo) non saremmo in questa merda…

    Salvo la storia a dimostrare che poi, in effetti, ce n’è una peggiore a prenderne il posto.
    A questa considerazione offerta in replica seguono sguardi e silenzi sconsolati di chi, per un attimo, per sfogo, si è illuso di aver trovato soluzione…

    Tristezz..

    Alieno

  38. Alieno, è tuo anche il commento 37?
    Ti rispondo stanotte.

  39. Alieno, grazie del racconto di natura personale, innanzi tutto.

    Sul resto..beh, il punto è che sarebe già difficilce convenire su cosa si intenda con “socialismo”.
    De Michelis…è socialista, secondo lui.
    😉
    Mi pare che te stia utilizzando il termine “socialismo” riferendoti alle esperienze classicamente socialdemocratiche, sbaglio?
    Ossia..per capirci..coloro i quali partono dal presupposto che il capitalsimo generi ineguaglianze e che, attraverso la mediazione democratica del conflitto sociale, cercano di trasformare gradualmente il sistema con i mezzi della democrazia.

    Beh, aldilà dei nominalismi, questa definizione va a pennello per rifondazione comunista…no?

    La questione dei nomi è al tempo stesso inutile quanto fondamentale: i regimi del socialsimo reale utilizzavano indistintamente le parole comunismo e socialismo, anzi, spesso utilizzavano più la seconda della prima.

    Io credo che l’errore che faccia tu sia analogo a quello che fanno molti sedicenti, ed ortodossi, comunisti.

    Oltre a pensare che Marx fosse un profeta, e non un filosofo dell’800, l’errore è il segunete.

    E ‘ sbagliato dire che “il comunismo ha fallito”, perchè si sovrappone il termine comunista con le esperienze politiche del ‘900, si utilizza “comunismo” come sinonimo di una “ricetta” scritta da qualcuno, come un modello da applicare alla società.
    Ciò che è senz’altro fallito è il paradigma rivoluzionario novecentesco, il modello della presa del palazzo di inverno.
    Quello, certo, si.
    Se a causa delle evidenti sconfitte storiche il termine “comunista” è oggettivamente necessariamwente così sovrapponibile a quelle esperienze da esser, aldilà di tutto, logorato, è cosa che mi chiedo da tempo..per questo non sono uno di quelli che spesso di definisce comunista.
    Però, io resto alla definizione originaria che diedero Marx ed Engles di comunismo, che è lungi dall’essere un modello od un prontuario, e che recitava:CHIAMIAMO COMUNISMO IL MOVIMENTO REALE CHE ABOLISCE LO STATO DI COSE PRESENTE.

  40. anonimo in ha detto:

    Devo aver esagerato in lunghezza perchè manca un pezzo. Fortuna nella sfortuna, salvo sempre quel che scrivo, sia per continui problemi di connessione, sia per riveder esattamente perchè talvolta vengo censurato (non da te, tuo malgrado più democratico di chi così vuol chiamarsi..). 🙂
    :….una differenza sostanziale col comunismo o il marxismo, affatto democratico, per quanto oggi i pochi comunisti rimasti si appellino al rispetto della democraticità in ogni ambito, prevedendo esso un’organizzazione monopartitica, certo non il Pd, che ha compiuto ciò che non sono stati in grado di realizzare e che oggi condannano ipocritamente anche perchè destituisce le piccole identità, ma il PC piuttosto, che a loro, storicamente andrebbe bene come struttura politica unica per tutti alla faccia dei principi democratici..).

    Molti militanti socialisti o potenzialmente socialisti, quindi tanto operai che intellettuali, hanno rinunciato, dinanzi alla storia, alla speranza di realizzare una società egualitaria, in cui c’è uno Stato che controlla pubblicamente principali mezzi di produzioni (e l’accesso alle risorse principali, detenendole in mano propria), pianificando strategie perchè non si creino ingiustizie sociali, presumo oggi intese come “inevitabili” e sulle quali è possibile solo mercanteggiare sull’incidenza (insomma, nel ridurne la portata ma non l’esistenza stessa).

    Nella rinuncia alla giustizia sociale o egualitaria si ritorna al primo grande punto di partenza che dicevo, il cristianesimo, che oggi continua ad attrarre ed affascinare ma che, egualmente, ha perso il confronto con la storia, restando relegato all’idea di progetto non realmente concretizzabile, in un mondo che non sia affine all’Eden (quindi parte dell’immaginario o appartenente al mito, anche religioso).

    Oggi affascina il socialismo come il cristianesimo, però aldilà delle parole entrambi vengono a patti, nel loro sogno di eguaglianza, con il “minor male possibile”, che è sicuramente funzionale in un approccio più pragmatico e meno ideale o idealista, me ne rendo conto.

    Da qui mi ricollego a quanto esposto da Fassino, che dinanzi alle accuse di quanto prodotto sino ad adesso dall’Unione, accusa di continuità con il precedente Governo di cdx se non peggiore per molti versi, risponde che bisogna tener conto che, intanto, si è fatto qualcosa non per risolvere, ma almeno è migliorato qualcosa, per il momento.
    Il che dimostra che, a distanza di 2 anni, l’Unione fatica moltissimo a replicare al proprio fallimento, anzi, per meglio dire, al proprio “tradimento” nel rapporto coi propri elettori.

    Tradimento che introduce anche una risposta alle tante questioni, su un punto egregiamente focalizzato e impietosamente spogliato di artifizi dialettici da salotto da Moltitudini (che mi ha divertito come sempre): uno, se non è d’accordo (e presumibilmente non potrà esserlo domani palesemente), si dimette. Lascia.
    Il resto son balle. Ed ha ragionissima moltitudini nell’inchiodar i difensori di questo governo, anche se ormai stremati ed a corto di argomentazioni credibili.

    Quel che fanno i comunisti, siano essi PdCI o Rfc è più o meno quel che fanno tutti gli altri, a partire da Di Pietro o Mastella (che quanto a minacce esplicite di dimissioni o voto negativo a costo di caduta Prodi restano imbattibili).
    Cioè: conservazione del potere (i più maligni aggiungono il raggiungimento pensionistico, vabbè, ma non spiega tutto e tutti), ad oltranza, quello sì, patto tra culo e poltrona, inderogabile, infrangibile (altro che Franca Rame che vota contando sul pietismo di parte dichiarando sensi di colpa e crisi di coscienza).
    Il patto con gli elettori è costantemente infranto.
    Il tentativo patetico è, nel conservar il culo sul cadreghino, di perder meno consenso possibile, di rallentarne il distacco, lo scollamento con la base degli elettori, almeno quelli più “buoni”, quelli più ingenui, quelli più anti-berlusconiani naturalmente e quelli più confusi ma con ancora frammenti di fiducia (pur col sospetto di averla mal riposta: forse increduli per cotanto tradimento?).

    In sostanza, non c’è una giustificazione che salvi davvero Rfc o PdCI (o IdV o Udeur e nemmen Ds..), se lo valutiamo dal punto di vista corretto, in una democrazia decente, ovvero, dalla parte degli elettori e del patto in virtù del quale l’eletto deve rappresentarli, ne è identità, quale che sia il prezzo politico… non è così?

    Il resto è patetica ipocrisia, che pare, in politica, essere strumento concesso e perfino legittimo, ma con questo solo ammettendo che la politica non è cosa seria, nè affidabile quando si investono pochi individui per farla rappresentandoci.
    Quello dell’elezione è un mandato che l’elettore dà, tanto che sia precario, operaio o impiegato o imprenditore. Dall’altra parte dovrebbe corrispondere un impegno di obbedienza alla base, che puntualmente viene trasgredito (impunito, peraltro, se non in differita, alle prossime votazioni, cosa su cui riflettere bene, benissimo..).

    Naturalmente ormai la logica è invertita: si chiede alla base di obbedire e gli si dà, ridicolo aggiunto al paradosso, mandato per comportarsi in questo o quel modo (ora manifestando, ora non manifestando, ora manifestando ma con sobrietà per non compromettere i delicati equilibri), insomma, una vera e propria farsa in cui spesso l’elettore cade, ingenuamente raggirato sui sui veri diritti e doveri.

    Il primo dei quali, sia che si parli di politica che di religione o qualsiasi altra cosa, è il diritto di coscienza, quindi anche di obiezione di coscienza.
    Che potrebbe applicar bene, tanto per cominciare, smettendo di fare il bambino ubbidiente o soldatin fedele allo spirito di servizio (quello con il quale il csx legittima ufficialmente l’attuale governo a restar in piedi poi, alla fine), ricordandosi meglio chi è il mandante e chi il mandatario.
    Cosa che in effetti, talvolta accade: manifestazioni non organizzate dalle vie ortodosse partito-sindacato, diserzioni di quelle lì organizzate e perfino ricordandosi di essere mandante di ‘fanculizzamenti” impietosi, ma in grado di far riacquistare dignità all’elettore temporaneamente.

    Notevole e degno di sviluppo il concetto introdotto da Moltitudini, a mio avviso, che sia più efficace una politica di opposizione che una “dall’interno”, con la quale il povero Fassino è demandato a salvar la faccia dinanzi agli elettori (ma anche un Diliberto e così via).
    Fatto che si presta ad una constatazione recente: al momento, dall’interno, si è dimostrato ampiamente che non si riesce a concludere un bel niente.

    Interessante anche il concetto dell’importanza politica e non numerica, che Dini rappresenta benissimo ma che non condivido del tutto: Dini è in una posizione ideale per poterlo fare.
    Sia per la debolezza sempre contingente dal punto di vista dei numeri del governo (altrimenti Dini non conterebbe granchè, quindi c’è una subalterneità del fattore politico rispetto a quello numerico in una situazione “normale”), sia perchè Dini fa comodo a Veltroni, facendone il lavoro “sporco” senza sporcarsi mani e faccia. Insomma, ben venga un Dini o un Di Pietro per levar dalle palle gli ex compagni, rei di essere ingestibili e così poco “moderni”, evoluti…
    non è così?
    Il Pd altro non è che una fase 2 di un’Unione (anche se poi si parlò di fasi Topolino ecc per dire che non c’era alcuna fase 2 o 3) che è sempre stata presente e pianificata, credo, da un D’Alema, Rutelli, Fassino ecc., si spera all’insaputa di Bertinotti (ma nemmen su quello giurerei), di certo all’insaputa degli elettori dell’Unione.

    Alieno

    Per quanto riguarda il simbolo “Cosa Rossa” anche io ero già preoccupato: l’immagine non si vedeva. Poi ho cominciato a sospettare che di “slogan” non di simbolo si trattasse e non di un commento finale con richiamo morettiano.

    Però, proprio riguardo alla frase “continuamo a farci del male” questa può esser intesa (anzi, credo sia quello il senso voluto da Moretti, a dirla tutta) sia quello di non frammentarsi e non litigare all’interno della sinistra stessa, ma di concentrarsi, appianando le divergenze di parte, sul “nemico”, ovvero, nel caso dell’ultimo Moretti, di Berlusconi. Insomma, un invito all’antiberlusconismo come collante, minimizzando e non affrontando i conflitti della sinistra, logica che è già ben applicata e che è oggetto del post, infatti, nell’evincere una poco costruttiva ipocrisia (perchè almeno producesse qualche risultato concreto, penso, sarebbe ben tollerata).

    Allora era meglio, come slogan di “cosa rossa”, sempre volendo attingere al repertorio Morettiano, qualcosa del tipo:
    “Dì qualcosa di sinistra, dì qualcosa di sinistra….”
    O meglio ancora, per far la cosa più rossa, uno slogan derivato:
    “dì qualcosa di comunista, dì qualcosa di comunista…”

    Ehehe.
    Ciao e buonagiornata.
    Perdonate l’imperdonabile prolissicità del commento.
    Ricordo che non è contro la legge saltarlo a piè pari, che non ci saranno ritorsioni stile Diaz nè appariranno misteriosamente molotov vicino al vostro pc per giustificare macellerie vendicative e che, tutto sommato, a volte sparisco per giorni e giorni.
    Oltre i fatto che basta scriver altri commenti ed il mio affogherà nel grande spazio infinito o quasi virtuale del blog, inoffensivo…

    Ciao.

    Alieno

  41. anonimo in ha detto:

    Se chiamiamo “Comunismo il MOVIMENTO REALE CHE ABOLISCE LO STATO DI COSE PRESENTE” potremmo, con facilmente includere, per estensione, ogni altro movimento, dal più federalista al più fascista, ovvero al più distante di quanto finora si possa intendere definizione azzeccata del comunismo.

    Tuttavia io non credo che il fallimento del comunismo si possa liquidare, come molti fanno, semplicemente imputando responsabilità ai modelli di riferimento fino ad ieri e si innescano, oltretutto, altre logiche di contrapposizione che complicano un po’ le storie.
    Se il comunismo sovietico non fosse crollato perdendo la sfida con la democrazia e cioè se non avesse dimostrato che non era possibile sostenere economicamente la sfida appoggiandosi a quell’ideologia, i “comunisti”, compresi i nostrani, se ne sarebbero volentieri sbattuti le palle di valori etici, marx, diritti umani ed avrebbero continuato il tifo. O comunque si sarebbero guardati da una seria presa di distanza e condanna, facendo finta di nulla, se possibile.
    Ma neppure questo forse, anche la sfida economica persa sarebbe insufficiente al “comunista” sempre e comunque, con buona pace di milioni e milioni di persone alla fame che si aggiungono alle gravi violazioni di diritti umani.
    Insomma, le cose le sai (e le sanno i “comunisti”): il tifo è incondizionato a prescindere, pur conoscendo i fatti e l’ingiustizia, che si tratti di magiari repressi a suon di carri armati o della sgradita osservazione di un Pasolini che ricorda che i poliziotti che si detestano son titolari del requisito di “proletarietà” quanto e più di chi li attacca.
    E mille altri esempi da cui si evince soprattutto che il “comunismo” è più che qualcosa in sè, da cui trae “pretesto”, qualcosa “contro”.
    Contro il capitale, contro lo sfruttamento, ma poi, nella sua evoluzione, diventa contro ogni altro modello (democratico per esempio, cristiano-cattolico ma anche d’ogni altra confessione religiosa, appena tollerata solo se asservita ed utile al modello comunista), fino ad assimilare il nemico (a prescindere) più concretamente: Usa, Israele, Chiesa, Occidente, così come in un passato recente anche omosessuali…

    Allora uno non può “svignarsela” dicendo che tutto quel che ne è nato non è “vero” comunismo, non è onesto far finta che non ci sia un sintomo serio nel dato che ogni concretizzazione derivata da quell’ideologia è fallita miseramente.
    Per onestà uno deve chiedersi se, tante volte, non ci sia un requisito sbagliato fin dall’inizio.
    E, a parer mio, ce n’è più d’uno.
    Il primo è senz’altro quello di disumanizzare.. spiego… nel tentativo di pensare solo in nome collettivo, si perde la centralità dell’uomo, dell’individuo.
    Ed in quanto tale, diverso dagli altri individui. Per attitudini d’ogni tipo, fede, coscienza, sessualità, ambizioni, radicamento al territorio anche…
    Nel concretizzare l’esempio comunista si notano subito due cose:
    non si sostiene da sè, il modello, ma deve necessariamente esser imposto. Ed in malo modo anche. Il sistema del collettivismo funziona solo in piccole esperienze (in un certo senso Nomadelfia ne è esempio nostrano), ma non attecchiscono oltre, con una portata ampia, rivelando appunto d’essere modello inadatto per concretizzazioni di più ampia portata.
    Da qui conseguono poi coercizioni d’ogni tipo, soppressioni di diritti umani in larga scala, la cui morsa sistematica è tanto più forte quanto più è disperato il tentativo di opporsi al ritorno all’umanamente richiesto, più idoneo.
    Sacrificare l’individuo per il collettivismo è talmente innaturale che deve intervenire fino ad intaccare valori che si innestano già nei primi istanti: il comunismo, per sopravvivere, ha tentato con controcultura appunto, di sradicare perfino le relazioni (le più naturali) tra genitori e figli, perchè ogni cosa umana, infine, diventa nemica del modello disumano, innaturale.
    E naturalmente per difendersi deve essere quasi autarchico, isolazionista, altrimenti crolla.
    Ed attenzione, lasciandolo scegliere, crolla naturalmente anche immaginando che non ci siano chiari disegni perchè accada.
    Evidentemente il modello comunista non sopperisce alle esigenze dell’individuo quando si applica in larga scala.
    Oltretutto, imporre una dittatura di una classe lavoratrice, rispetto ad una classe precedente è chiaramente condannato a riprodurre ingiustizie più o meno speculari, penso che questo possa capirlo chiunque.
    Socialista Bertinotti? Per lui la proprietà privata non esisterebbe. Ecco un altro aspetto che ne dimostra la disumanità, l’innaturalezza, essendo questa, piaccia o non piaccia, istintiva e naturalissima.
    Non ho finito ma devo scappare.
    Buongiorno.
    Alieno

  42. Alieno, non avrei mai motivi di censurarti.
    Tornerei a chiederti di esser un poco più sintetico però…perchè risponderti in queste condizioni è arduo!!!!

    Sul tema , se avrai pazienza di attender domani, ti mando un articolo che mi piace assai (te lo manderei via pvt tramite splinder).
    Ora PROVO a leggerti ed a rispondere….

  43. anonimo in ha detto:

    Soddisfatto della risposta e ti ringrazio dello sforzo.
    😉

    Alieno

  44. Alieno..contento che tu sia soddisfatto.
    Però ribatto qui l’intervento perchè zeppo di errori di battitura.

    ***
    Sulla lunghezza, Alieno…è che proprio perchè non voglio saltarli a piè pari ti chiederei un po’ di comprensione!
    Altrimenti non ti direi nulla..ti lascerei fare e passerei oltre.

    Insomma: ti invito ad esser meno prolisso proprio perchè mi interessa leggerti.

    Dunque.
    Ho da dire , non politicamente e ideologicamente, ma proprio a livello di…”dizionario” sull’uso contrapposto che fai dei termini “socialismo” e “comunismo”, distinzione che vedo tu applichi ma che ti garantisco essere impropria.

    Non è facile mettersi d’accordo sulle parole, me ne rendo conto…ma ad esempio, nel rigo su Bertinotti affermi una cosa errata, frutto dell’uso non corretto che fai dei termini e dei significati che attribuisci ad essi.
    In sintesi…tu parli di comunismo sovietico, ma parlando di URSS potresti tranquillamente parlare di socialismo, anzi…proprio “socialismo reale” è la definizione storicamente intesa. Si parla, infatti di “stat socialisti”, in qualsiasi dizionario di filosofia della politica. Per questo ti invito a rifletere sulla distinzione che fai. Tu usi “socialismo” in luogo di socialdemocrazia.

    Proprio perchè è scorretto utilizzare il termine “comunismo” come identificativo di un modello, di un sistema. E “comumismo” è una cosa, “marxismo” è un’altra. Non possono esser utilizzati come sinonimi.

    Per altro Bertinotti viene dalla storia del socialismo italiano, è un lombardiano, non viene da quella comunista (intesa come PCI).
    Ma aldilà di ciò e dando per scontate alcune cose che dici e ammettendole e concedendole tutte: embè?

    Alcune delle cose che scrivi sono riflessioni anche mie.

    Non dovresti porle a me, però.

    Dovresti farle a chi pensa che Marx abbia fatto una serie di previsioni profetiche che deterministicamente si sarebbero prima o poi avverate, a chi pensa che la riflessione sull’economia e sulla storia si fermi a Marx, e che tutte le ricette stiano lì, come se parlassimo di un prontuario.

    Ciò che dici sull’individuo..sulla persona..è vero:ma non sono cose che devi ricordare a me, che, pur marxista, vado oltre Marx (nel piccolo dei miei limiti, eh).

    Nel senso che in modo più o meno eretico nella storia del pensiero marxista od anzi, nella storia dei movimenti anticapitalisti e critici, vi sono tanti autori che hanno aggredito anche quei punti di cui parli tu, che giustamente tu definisci elusi dal marxismo “ortodosso”.

    Parlo di Althusser, di Foucault, di Deleuze e Guattari, o la scuola di Francoforte. O Simone Weil. E tanti altri.
    Tornando a Maxz: non ha mai prescritto un modello.

    E nei pochi scritti dove prefigura un “dopo”, Marx parla di eliminazione dello stato, e di eliminazione del potere, di distruzione di esso.

    Mi spiego? Sul piano filosofico (anche se qua stiamo banalizzando) non c’è alcuna teorizzazione di un modello precostituito, con un potere detenuto da qualcuno (stato, partito) ed imposto ad altri.

    Leggiti le cose che Marx scriveva sull’esperienza della comune di Parigi, per esempio. Quella è l’unica esperienza storica con una vena “comunista” di cui egli abbia parlato e scritto.

    Detto ciò:è senz’altro sottoscrivibile che nel ‘900 il movimento comunista ha eluso la riflessione sulla persona.

    Come dici tu, e quel nodo è stato infatti ripreso da quei movimenti di contestazione per altro assai osteggiati dai comunisti ortodossi, perchè è chiaro che nella storia la riflessione sulle cose non può che mutare, prend atto di trasformazioni, nuove soggettività, sensibilità.

    Sai, il fatto che è difficile parlare di un comunismo “dato” lo dimostra il quante realtà assai lontane tra loro, in guerra tra loro, si definiscono e si sono definite comuniste.

    Il PCI cacciò quelli del “manifesto”, proprio perchè riflettevano anche sui nodi di cui parli tu, perchè contrari ai carri armati a Praga, perchè critici proprio sul piano che te discuti qua.

    Per il PCI quelli del manifesto non erano veri comunisti. Per quelli de il manifesto sbagliava il PCI.
    Vedi: di quale comunismo stiamo parlando?

    Detto tutto ciò, lo ho già scritto nel commento precedente cosa penso.

    Io non ho alcuna difficoltà a dire che per ragioni storiche e sociali quel termine (comunismo) è probabilmente esausto, logoro, difficilmente rendibile ancora vivo come connotante “politicamente” (ma ancor più socialismo, allora).

    Io non ti dico “ah, ma quello non era vero comunismo..il vero comunismo è un altro!”.

    Ho da dire semmai che è improprio parlare di “comunismo” parlando di una esperienza storica determinata..ma lasciamo stare.

    Siccome non c’è alcuna possibilità imminente “rivoluzionario”, e non esiste alcun modello attuabile ..alcun paradigma rivoluzionario così come lo si inendeva nel ‘900 e sul quale il termine “comunismo” si collocava….siccome oggettivamente quella parola richiama ad una serie di esperienze tragiche e fallite, non mi sottraggo ad una riflessione sull’attualità del termine “comunista”.

    p.s. rispetto al “movimento reale”.
    Ribadivo quella frase per dirti che Marx ed Engels non prefigurarono un sistema “post rivoluzionario”, un prontuario, ma intendevano comunismo come “processo”.
    Tu dici”ah ma allora vale pr qualsiasi ribaltamento sociale”. Evidentemente si riferivano ad un processo ed un movimento reale teso al superamento dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

    che fatica!!!!

  45. Alieno
    questo è l’articolo, che ho letto ieri, che volevo segnalarti.
    Lo condivido in pieno.
    «Quotidiano comunista»? Una nobile foglia di fico
    Marco d’Eramo

    Nel suo fogliettone di venerdì scorso Valentino Parlato ha affrontato di sfuggita la questione della testatina «quotidiano comunista» che mi pare molto più seria e problematica di come l’ha formulata. Non credo che sia un problema di fedeltà alla nostra storia: nessuno può dubitare della coerenza morale e politica di persone come Valentino, me e tanti altri di noi che da decenni vivono con uno stipendio da fame (quando arriva) pur di poter esprimere le proprie idee. Né penso che sull’orientamento politico-culturale di un giornale che si chiama il manifesto possa esservi la minima ambiguità. E neppure ritengo che se si abolisse quella testatina, si rinuncerebbe per questo «al tentativo di conquistare l’uguaglianza e la libertà di donne e uomini», secondo le sue parole.
    No, il problema serio, per cui io personalmente sarei favorevole a abolire la dicitura, è un problema di onestà intellettuale. Mantenerla vuol dire rimuovere il punto centrale delle nostre difficoltà e debolezze. Il punto è che nessuno di noi sa dire più con esattezza in che cosa consista il comunismo. A ragione denunciamo i misfatti del capitalismo, gli orrori generati dal fondamentalismo liberista di mercato, gli eccidi dell’«imperialismo umanitario». Ma alzi la mano chi sa rispondere alla domanda «Insomma che società volete?» se non in termini negativi (una società non fondata sul profitto, una società che non discrimini, che non predetermini l’ineguaglianza tra esseri umani, che non sia ingiusta come questa ecc…). Noi sappiamo dire «una società che non», ma non sappiamo più dire «una società che sì». Sappiamo che il capitalismo non è la fine della storia (e faremo di tutto perché non lo sia), ma le alternative che avevamo proposto ci si sono sbriciolate in mano.
    Una volta ci bastava parlare di socializzazione dei mezzi di produzione, specificando che non ci andava bene il modello burocratico sovietico, contro cui alcuni di noi hanno tentato il contraltare maoista (sui cui esiti la discussione nel nostro giornale è stata reticente). Altri, non noi, vedevano una soluzione nel modello autogestionario iugoslavo. Oggi nessuno di noi è capace di articolare un soddisfacente modello di socializzazione seppur in termini utopici, prescindendo dalla sua realizzabilità immediata. Né abbiamo più un modello politico: certo la democrazia parlamentare è un disastro, ma quella popolare lo fu ben di più e il capitalismo-leninismo cinese non è proprio un bel vedere. E là dove si pratica una radicale democrazia di base, come nei distretti scolastici statunitensi, i risultati sono barbari.
    Il risultato è che tutto quel che propone non solo il nostro giornale, ma anche la cosiddetta «sinistra radicale» è ben più moderato di quel che tentarono riformisti prudenti come i giolittiani negli anni ’60. Le proposte della «sinistra radicale» e del manifesto o sono di tipo resistenziale (il famoso «governare l’arretramento» di Pietro Ingrao) – non perdere i diritti pensionistici, non ridurre la copertura sanitaria, non allargare l’ambito privatistico in scuola e salute… – oppure sono prospettive di riformismo timido timido. Nelle nostre invettive più indignate, l’orizzonte che delineamo è quello al meglio di una socialdemocrazia nordica.
    Il punto è che pratichiamo un doppio standard: da un lato diciamo che la sconfitta è stata epocale, ma dall’altro pensiamo che le vecchie categorie (classi, proletariato, modi produzione, plusvalore) vadano tutte bene così come sono, che possano essere usate ancora oggi come 40 anni fa. In questa situazione, la dicitura «quotidiano comunista» costituisce solo una (nobile) foglia di fico per nascondere la nostra incapacità di pensare, di plasmare nuove categorie, di descrivere il pianeta con occhi che colgano l’eredità marxiana, ma siano in grado di aprirsi su un mondo largamente inatteso (si sarebbe Marx mai aspettato che nel terzo millennio intellettuali e politici occidentali avrebbero passato il tempo a disquisire di Allah, Maometto e Corano? O che gli esponenti borghesi del più grande impero avrebbero finanziato fondamentalisti cristiani?).
    Rimuovere queste difficoltà, non prenderle di petto, questo sì che è tradire la nostra storia, essere infedeli alle nostre idee, se è vero che l’atto di nascita del manifesto è stato un girare il coltello nella piaga della natura «socialista» dell’Unione sovietica e nel denunciare l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968. Oggi abbiamo bisogno dello stesso coraggio, della stessa spregiudicatezza di allora. Senza questa nuova rottura, saremo come quei popoli la cui religiosità è solo una facciata, consentita da una generale ipocrisia. Allo stato del nostro attuale disagio politico e intellettuale, sarei già soddisfatto se riuscissimo a nutrire di contenuti la valenza politica della semplice (e potente) testata il manifesto, mentre la testatina costituisce solo un ulteriore, piccolo elemento dei tanti che ci rendono scostanti e che respingono da noi un pubblico più largo. Un serbatoio di lettori – assai più vasto di quel che si creda – che vogliono «conquistare l’uguaglianza e la libertà di donne e di uomini», ma vogliono avviarsi su questa via senza caricarsi dell’insostenibile fardello di una storia controversa che non sentono più loro.
    p.s. L’unica ragione per cui credo che Valentino Parlato tema la scomparsa della dicitura è un successivo sbraco intellettuale, un’implosione culturale quale quella del Pci dopo la Bolognina che ci porti senza fermate intermedie dal partito del proletariato a We Care. Ma a me sembra che lo sbraco comunista fosse iniziato ben prima: in definitiva i vari D’Alema, Fassino, Veltroni furono selezionati e cooptati dalla dirigenza comunista e da Enrico Berlinguer in persona.

  46. moltitudini in ha detto:

    PRIORITA’[..] Il 28 novembre mi chiedevo, in questo POST, che senso avesse la richiesta di verifica da parte del PRc, dopo la sconfitta sul protocollo. Il 2 dicembre, in QUESTO, affermavo che aldilà delle ciance tale richiesta puntava ad un unico risultato: s [..]

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