m0ltitudini

da bambino giocavo con le pentole

Costituzione immateriale.

Con l’avvio della II repubblica basata sul “maggioritario” (1994) è entrata sempre più nel lessico comune la nozione di “costituzione materiale” per distinguere la prassi effettiva e “reale” della vita istituzionale dal dettato autentico della carta del ’48.
Contestualmente il ruolo dell’inquilino del Colle, già interpretato con un certo protagonismo [almeno a tratti] dai due precedenti presidenti, a partire dal mandato dello “schiaffeggiatore” di fanciulle scollate [Scalfaro] ha acquisito un sempre maggiore rilievo nel  governare [verbo che uso volutamente] il paese.
Da piccoli, ricordo bene, ci si insegnava – quanto sbagliando! – che ” il presidente della repubblica conta niente”.
L’ultimo anno di mandato di Napolitano segna un’ulteriore e decisa soluzione di continuità e i fatti degli ultimi giorni, tra incertezze, stalli e interpretazioni costituzionali di ogni risma, denotando il passaggio a quella che è una vera e propria, oramai, costituzione “immateriale”, perché liquefatta e priva di una funzione certa nell’inquadrare l’esercizio dei poteri.
Dentro il dettato della carta, insomma, oramai può stare un arco di comportamenti e scelte assai variegato.

PROROGATIO NON PETITA, PROROGATIO MANIFESTA.
Due esempi. Grillo è stato spernacchiato per settimane, assieme al colorito filosofo di Genova che per primo ne ha parlato, sull’ipotesi della “prorogatio”, del “fare  come in Belgio”, del “le camere possono legiferare comunque”.
Ho sentito i più autorevoli e preparati costituzionalisti avvalorare come tale ipotesi fosse improponibile. Tuttavia le spiegazioni lasciavano insoddisfatti, leggendo la costituzione.
Alla fine è stato lo stesso Napolitano a sancire la possibilità di quello che è un mero mutamento nella prassi materiale, perché non c’è in realtà traccia di una definizione chiara e cogente in termini costituzionali formali di ciò che significhi “disbrigo degli affari correnti“, locuzione attorno alla quale in realtà ruota un dibattito annoso.

Quindi sia dato atto a Grillo e si tirino le orecchie ai soloni del diritto costituzionale.

Anche se, certo, fa sorridere che Grillo, dopo aver costruito il rush finale del suo successo contro “rigor montis”, plauda alla permanenza in carica del governo, oramai sgangherato,  dei tecnici.
Potremo insomma toglierci la soddisfazione, alle prossime elezioni, di prendercela con la casta dei partiti che ha mantenuto Monti al potere: Pd, Pdl…e M5s. 🙂

L’altro esempio è l’istituzione dei due “gruppi ristretti”, di nomina règia, di cui non si comprende bene il ruolo (per stessa ammissione di alcuni dei comp0nenti) commissioni che dovrebbero surrogare con “proposte”, in ambito di riforme istituzionali ed economia, alla deficienza di un governo dalla titubante legittimità.
Surrogando però -e questo è ancora più rilevante-al parlamento: non è quella la sede dove giungere a proposte condivise di riforma dell’architettura istituzionale? Scelta, questa di Re Giorgio, pleonastica oltre che dubbia. Scherzavo solo pochi giorni fa sul  fatto che Giorgio stesse ragionando su una formula per darsi l’incarico da solo. Fuori di battuta, la realtà non è troppo diversa. Per non parlare della composizione, “tecnici” ma  anche politici e parlamentari. Perché Mauro,  Quagliarello, Violante Giorgetti e non Paolo Becchi se, come pare, una funzione sarà anche quella di “trattare” sulle riforme tra le forze politiche?
Tutto ciò è l’ennesimo indicatore di come la carta formale del ’48, a partire dal primo articolo, sia un papiro esangue ed irriformabile, che ha esaurito un ruolo funzionale e contingente ad una precisa fase storica.
Tema su cui da tempo QUI si riflette in modo assai elevato ed efficace.

EVVIVA IL PORCELLUM

E’ colpa della legge elettorale. Si voti al più presto ma prima si cambi la legge elettorale.
Due mantra condivisi davvero da tutte le forze politiche presenti in parlamento, grillini compresi.
Questa volta però il problema non è, come recitava la vulgata, che ” i segretari dei partiti scelgono gli eletti, vogliamo eleggere noi i parlamentari!” ma che [per tornare al paragrafo sopra, come volle Ciampi in ossequio alla sua interpretazione della costituzione, perché sotto suo dettato fu riformulata così la legge elettorale] il sistema attuale per via della diversa modalità di attribuzione del premio di maggioranza su base regionale non necessariamente assicura una maggioranza chiara nella “camera alta”.
Ciò mistificando due questioni.
La prima:  si dimentica sempre che teoricamente le elezioni servono ad eleggere un’assemblea legislativa.
Provando anche in questo caso come pure tra i suoi più strenui difensori formali, la costituzione venga stiracchiata, reinterpretata, superata.

Si elegge non un governo od una maggioranza di governo [ed è anche per questo, ignorano i più, che oggi si è innanzi allo stallo], non un organo esecutivo, ma un corpo legislativo.
La seconda: il problema è l’artificio con il quale i voti vengono trasformati in seggi o la natura numerica e politica del voto?
Se un meccanismo avesse trasformato magicamente uno dei tre partiti più o meno equivalenti nel 60% dei seggi [lasciamo stare per un attimo i piccoli e non rilevanti alleati] di colpo sparirebbe il dato politico di un bipolarismo accantonato e di  un corpo elettorale diviso tra tre realtà inconciliabili e della stessa forza?
Il porcellum fotografa in modo coerente la confusione, lo stallo, la crisi.
Dubito si riesca in parlamento a trovare una mediazione su un altro sistema elettorale, i grillini poi quando parlano di sistemi elettorali per lo più non sanno esattamente cosa dicono. Se non con tempi lunghi che consentano una riforma dell’architettura delle camere.

Eppure, a voler uscire dalla propaganda da un lato e a voler essere un po’ formali dall’altro, una possibilità c’era. Teoricamente.
Sciocco  – anche puerile fare polemica su ciò – chiedere a Grillo di dare una fiducia a Bersani, il che avrebbe significato disconoscere la pura ontologia del fenomeno “cinquestelle”.
Troppo facile e pure arrogante [arroganza speculare a quella grillina, sia chiaro].
Riscoprendo lo spirito costituzionale della mediazione parlamentare che deve esprimere una maggioranza al fine di sorreggere un esecutivo, la subordinata più coerente al disperato tentativo bersaniano [anche un po’ buffo, tra consultazioni con i giovani federalisti europei e la CEI] avrebbe dovuto essere accettare, da parte del PD, di dare una fiducia ad un governo “cinquestelle”.
Non scrivo ciò per  benevolenza o simpatia verso Grillo (anzi) ma come analisi della dialettica in corso.

Non si è ben capito, in un caso simile, a chi avrebbe dovuto affidare l’incarico Napolitano dando retta a Crimi e Lombardi, che hanno saputo solo dire “a noi, a noi”. Ma a parte ciò.

Il Pd avrebbe potuto così evitare lo stallo mostrando di saper fare ciò che ha chiesto ad altri di fare, mostrando davvero quanto sia irricevibile un accordo con il pdl e cogliendo il segnale dato dalla “volontà popolare che chiede “rinnovamento”. Napolitano non avrebbe potuto che prendere atto, perché quella soluzione avrebbe avuto il richiesto “sostegno certo”, e sarebbe tornato ad essere il mero notaio della volontà parlamentare. I cinquestelle, dal punto di vista del PD, sarebbero stati messi al contempo alla prova ed a quel punto sì, il parlamento avrebbe potuto riprendere la sua attività entro un equilibrio ordinario. Certo, sarebbe stata una situazione ricca di incognite, un po’ bizzarra, nuova, dall’esito imprevedibile.
Vero, ma quello cui si è arrivati invece è normale ed ordinario?

Tuttavia, così come dobbiamo farlo se parliamo del m5s, anche nel caso del PD dobbiamo prendere atto di un’ontologia: quella della subalternità, di un realismo più realista del re probabilmente eredità del DNA PCI, dell’obbedienza afasica a Napolitano e che lo vede, in fin dei conti, più adatto [è il reciproco all’ostilità del m5s alla fiducia] a collaborare, magari un po’ obtorto collo, con Berlusconi.
D’altra parte è per obbedire a Giorgio I che il PD ha rinunciato ad una vittoria certa e netta, rimandando il voto che sarebbe stato fisiologico l’anno scorso.

Monti non può perdere

L’articolo (leggetelo) di Colombo per “gli Altri” dice alcune cose corrette ma mi pare largamente ingenua la conclusione sintetizzata dal titolo: le primarie le avrebbe perse Monti.
Anche perché la considerazione di apertura parte da una premessa del tutto aleatoria e discutibile: il fatto che “ieri” sembrasse quasi certo il ritorno di Monti mentre oggi secondo l’articolo, grazie alle primarie, meno.
Eppure anche ieri sapevamo che qualcuno questa competizione, teoricamente indetta per individuare il candidato alla presidenza del consiglio del centrosinistra, la avrebbe pur dovuta vincere, in un modo o nell’altro.
Quindi non si capisce, oggi, quale sarebbe la novità in questo senso.
Ieri hanno-sembra- votato 3.100.000 persone. Buon risultato, non una valanga. Insomma, dato fisiologico.

Sotto questo aspetto però, due, quattro, tre milioni di voti fanno per nulla differenza e l’eventuale ritorno di Monti a Palazzo Chigi dipenderà domani, nel caso, da altre variabili (di Monti o chi per lui, dall’esito elettorale del senato, dalla legge elettorale se cambiasse, da altre cose). Non è oggi meno probabile di ieri. Né ieri era così certo, d’altro canto (che poi a Monti – come se fosse un “politico” – interessi necessariamente fare il capo del governo per 5 anni è tutto da dimostrare e la natura della sua esperienza di governo non può che essere extraelettorale, sussidiaria. Nemmeno serve lui in quanto persona, dato il solco tracciato in Europa, basta guardare oltr’alpe).
Nell’ottica di un’elezione “primaria”, per quanto zoppicante, è del tutto normale che Bersani o altri candidati prefigurino il superamento del governo Monti: sarebbe bizzarro candidarsi ad una selezione per la principale poltrona di governo paventando un Monti bis e di fatto l’inutilità delle primarie stesse. Non vi pare?

Avrebbe perso Monti? Ha perso, allo stesso modo, il “montismo”?
Vanno al ballottaggio, e ci vanno bene, il capo del principale partito sostenitore di Monti e Renzi che, aldilà delle schermaglie, non ha certo un profilo lontano dal “montismo”.
La presunta parte della coalizione IBC più critica verso Monti (omettiamo di parlare ancora una volta di come sia possibile allearsi con chi Monti nel frattempo sostiene) prende una scoppola assai sonora. Prende quanto Bertinotti nel 2005 in “primarie” non contendibili.
Meno, addirittura, in voti assoluti, se ho sott’occhio i dati reali. 485mila voti.
Al limite della gaffe l’aprire da parte di Vendola i commenti post primarie accusando i media di aver dato troppo spazio a Renzi.
Lasciamo perdere…
Certo, è vero che oggi al contrario di solo un anno o due fa Vendola non partecipasse davvero per vincere.
A ben vedere però, se si conosce tutta la storia che ci ha portato sin qui e se si è oneste/i, già questo elemento evidenzia la sconfitta sconfitta del “fenomeno” Vendola, del “pugliamo l’Italia”, il fallimento di quel progetto.
Perché mesi fa è parso per un attimo verosimile che Vendola potesse essere obamanianmente  il leader del centrosinistra.
Si è parlato per mesi dell’ OPA sul PD (gergo osceno).
L'”opa” ora è semmai su SEL.
Tanto che settimane fa Nichi ci ha pensato a gettare la spugna.
Al contrario di quanto scrive Colombo SEL è per nulla indispensabile a Bersani per battere Renzi domenica: a scanso di un travaso di voti da Bersani a Renzi chi ha votato Vendola potrà stare tranquillamente a casa che il segretario del PD vincerebbe comunque, dato il buon distacco, anche se Matteo si prendesse tutti i voti di Puppato e Tabacci.
SEL serve a Bersani, semmai, per stravincere.

Queste primarie rinforzano il PD, da settimane in ascesa nei sondaggi, e assolvono quindi alla loro principale funzione.
Si sono rivelate, nei fatti, le primarie “del PD”, come qualcuno/a ogni tanto le chiama (chi polemicamente, chi per lapsus).

Il film delle coalizioni di centrosinistra lo abbiamo visto più volte.
Le premesse paiono analoghe, sarebbe razionalmente difficile pensare a un esito diverso se non con un quasi invidiabile ottimismo della volontà: come nel ’96, come nel 2006, la “sinistra” del centrosinistra si è autorelegata ad un ruolo di portaborracce e di testimonianza per legittimare operazioni moderate ed altrui.
Ove potesse esser decisiva su questioni calde non potrà che chinare il capo.
Ieri “perché sennò torna Berlusconi” domani, magari, quando gli alleati che Monti lo hanno sostenuto – assieme a Berlusconi – minacceranno: “perchè sennò torna Monti!”.

p.s. nel frattempo dalle parti di alba, arancioni e “cambiare si può” basta l’intervista a De Magistris (non si capisce nemmeno esattamente a nome di chi parli eppure dà la linea e indica candidati premier) per gettare in confusione il polo che alla coalizione di cui sopra dovrebbe essere alternativo.

Metrò fermata Bologna

Metro fermata bologna col manifesto in tasca…

Iniziava così, secoli fa, una canzone degli “assalti frontali”, gruppo musicale del “movimento”.
Una riga che riassume in sintesi in modo ricco e esaustivo il “senso” che ha, aveva, “il manifesto”.
Perché hanno ragione Rangeri e Mastrandrea a rivendicare l’autonomia e l’assenza di linea di un giornale che “è un giornale è un giornale ” e non un partito.
Però da questa contraddizione, da questa criticità, il manifesto, questo manifesto, purtroppo secondo me non può uscire, suo malgrado.
Perché sortire dalla metropolitana “col manifesto in tasca” era un fatto di appartenenza e di identità, sebbene riguardasse soggetti tanto diversi come “l’autonomo” dei centri sociali di cui parla la canzone quanto il “destro” diessino e le tante e i tanti, di generazioni diverse, che stanno, stavano, in mezzo.
Litigiose/i tra loro, diverse/i, votanti e no, eppure uniti in questa relazione politica, affettiva e d’appartenenza con il quotidiano che non è mai stato solo un giornale.

Mi sottraggo al gioco de “il manifesto che vorrei” perché è del tutto irrilevante, perché tirarlo di qua o di là è sterile e perché nemmeno mi importa che “il manifesto” sia come piacerebbe a me, ma è del tutto fisiologico che ci sia chi, come Markos e Silvia con la lettera del 30 ottobre, arrivi a esprimere tale auspicio con modalità secondo me anche un po’ discutibili.

La questione è delicata anche perché riguarda materialmente il posto di lavoro delle persone che fanno il giornale e perché uno come me sarebbe assolutamente in imbarazzo domani mattina nel non trovare in edicola “il manifesto” (trovo assai poco consistenti o troppo lontani da me i “concorrenti” ed altri sono in arrivo nei prossimi mesi..).
Il manifesto vende troppo poco e la mannaia ha tagliato i contributi pubblici. La stampa in generale se la passa male. Che la crisi de il manifesto sia anche la crisi, oramai strutturale e senza uscita, della sinistra “radicale” e di un intero paradigma ce lo siamo detti ed è sin ovvio. Io credo che le 15..16 mila, non so quante siano, copie de il manifesto che si vendono ogni giorno non possano esser di più, a prescindere da chi lo dirige.

Sono per nulla particolarmente vicino alla direzione attuale, anzi. Ma francamente nel momento in cui tutti i giornali cartacei perdono copie e con le forme organizzative della sinistra variamente intesa in ambasce (tutte, sia chiaro, dai centri sociali ai partiti) anche solo rispetto non a 30 ma a 10 anni fa, non si capisce come si possa porre il problema in termini di questa o quella direzione, questa o quella linea. Altro che mantenere “l’orizzonte socialista e comunista”.

Penso che sia seriamente il caso di chiedersi, anche per uscire dal problema secondo me ineludibile della “linea” (sia chiaro, sarebbe eludibile per me, prendo atto però che non può esserlo), se un soggetto – perché tale è – come il manifesto possa aver ancora senso di esistere e se le contraddizioni qui malamente segnalate non siano insormontabili.
Purtroppo credo che questo manifesto, quello che aldilà di tutto si porta dietro la storia che è quella di un gruppo politico nato dentro un contesto ben preciso della sinistra e del movimento operaio, debba porsi la questione in questi termini, perché più o meno consapevolmente, ciascun* a modo suo, ho la sensazione che tutt* si voglia un manifesto come non può più essere, in questo contesto.

Penso che sia il caso – qui poi servono competenze che non ho – di verificare la possibilità di creare un prodotto nuovo, di capire come possa esser economicamente sostenibile mantenendo professionalità, qualità e complessità, come affiancare carta e web, come finanziarlo e con quali risorse. Fissando un break even tra edicola e abbonamenti cartacei non superiore alle 12 mila copie.
Trovare insomma un modo per mantenere una certa eredità intellettuale sancendo però anche una necessaria rottura.
Ripeto: so che è tema sensibile. Si tratta di salari e lavoro, si tratta anche di un pezzo di storia importante di tante persone.
Ma credo che la dialettica quotidiano/gruppo politico non sia mai stata del tutto risolta ed a me pare che emerga tutt’ora con virulenza.
Perché il manifesto sarà un quotidiano e non un partito, ma  il dibattito che sto leggendo, piaccia o no, non è solo quello di un giornale che “è un giornale è un giornale” e che vende poco e non ha soldi, ma di un soggetto politico.
In crisi.

Primarie all’italiana.

Per chi trova divertente soffermarsi sulla fenomenologia del bizzarro dibattito politico italiano (e sopratutto di come viene seguito) le primarie sono una cavia straordinaria per i tanti spunti che offrono.

Tra i tanti, ce n’è uno che è rivelatore perché indica sia la superficialità sia la mistificazione, quindi la malafede, che le circonda.
Malafede che su questo specifico aspetto riguarda sopratutto la presunta ala “sinistra” di quello spassoso “caucus” nazionale che andrà in scena a novembre, o comunque la riguarda in maggior misura.

Premessa: non è qui in discussione la bontà o meno dello strumento “primarie” quanto una evidente contraddizione.
Vorrei capire perché quelle/i che ritengono le primarie uno strumento utile, importante, un valore, non abbiano mai perorato contestualmente una riforma costituzionale che:
introduca l’elezione diretta del – chiamiamolo come vogliamo – capo del governo;
introduca un meccanismo “antiribaltone”, se cade un governo si torni al voto;
introduca magari l’antico “vincolo di mandato”.

Se – pur rimanendo altri aspetti critici che qui omettiamo – le “primarie” hanno una loro coerenza e un senso nell’indicare il candidato a sindaco o presidente di regione di una tal coalizione, perché si seleziona con elezione diretta il candidato a una carica monocratica che verrà effettivamente eletta con suffragio diretto in elezioni “secondarie”, le “primarie” per le politiche servono a indicare una cosa…che non c’è, che non esiste:  il candidato “premier”. Le primarie sostanzialmente eleggono..il nulla.

Che non sarebbe necessariamente un problema se chi avvalora lo strumento in questione si dicesse impegnato nel senso, o comunque a favore, dell’introduzione di un principio “presidenzialista” nell’impianto istituzionale del paese e di diminuzione del peso del parlamento (almeno per ciò che concerne il rapporto durata legislatura/esecutivo, “poteri” a parte).

Sono convinto che tante e tanti pur entusiaste/i di poter votare alle “primarie” si direbbero contrar* al presidenzialismo.
Almeno, tale è sempre stata la posizione della sinistra partitica grossomodo radicale.

Però sarebbe buffo: riterrebbero giusto legittimare tizio a candidarsi a guidare un governo con una investitura plebiscitaria, sottraendo quindi la scelta alle bieche trattative di palazzo, attraverso una competizione preliminare e sostanzialmente “ufficiosa” ma, al contempo, riterrebbero sbagliato eleggere veramente il (più raramente la) leader dell’esecutivo.

A questo punto non si capisce come si possa ritenere un valore eleggere direttamente il potenziale candidato a guidare il governo per la propria coalizione e non ritenere allo stesso modo sacrosanto eleggere per davvero il “capo” del governo del paese.

Non si capisce bene come criticare Berlusconi che in quanto “capo” della coalizione vincente si riteneva sostanzialmente “eletto” per governare – piaccia o no vincendo effettivamente a capo della sua coalizione elezioni vere – ricordandogli che no, in Italia c’è un sistema parlamentare e quindi bla bla bla ( si rammenti la polemica ai tempi del passaggio al governo Dini), per poi avvalorare un meccanismo di investitura diretta per candidarsi a guidare il governo, attraverso un meccanismo che è un fatto “privato” deciso e regolato da alcune associazioni private , in modo aleatorio e mutevole.

Non si può insomma esser coerentemente a favore delle primarie e contrari all’elezione diretta del capo del governo.

Non si può esser a favore delle primarie e poi dire che la costituzione è santa e va difesa così com’è, e che quindi il presidente del consiglio non va eletto ma nominato dal Quirinale sentiti i presidenti delle camere e via dicendo.

Metto in conto che Nichi e fans nel frattempo abbiano cambiato idea e riterrebbero positivo eleggere direttamente il capo del governo e il ricorso al voto nel momento in cui il governo eletto perdesse la fiducia del parlamento.

Posso anche sbagliarmi ed esser vittima di un pregiudizio.
SEL probabilmente ora è a favore di una modifica della carta che ritenga giusto tutelare l’investitura sacrosanta di quella parte di elettorato che ha indicato alla sua coalizione chi debba essere capo del governo da questa espresso e non permettere che in cinque anni in parlamento le coalizioni mutino e possano sostenere tre o quattro governi con leader e geometrie diverse.
Può essere e se mi sbaglio chiedo scusa.
Però che ce lo dicano. 😉

Non ridateci l’antiberlusconismo.

Ritanna Armeni (qui ) si domanda, non celando un po’ di nostalgia che qua e là fa capolino tra le righe dell’articolo, come mai al  “montismo” non si contrapponga un fenomeno di “antimontismo”  che infiammi il dibattito ed il quadro nazionale, nel grigiore  dell’imbolsito tecnicismo di governo e dall’ineluttabilità delle politiche del governo in carica.

La questione secondo me è in parte mal posta, in parte dalla risposta scontata.

Scontata per una questione molto semplice. Posto che ci si capisca sull’uso del termine (sono sempre categorie ed approssimazioni discutibili), il “berlusconismo” è stato un fenomeno dirompente e soprattutto antropologico, costruito in svariati lustri e con gli strumenti che conosciamo.

E’ stata anche una “passione” nonché, prima che politiche di governo, la proposizione di un modello di persona (anzi, d’uomo), di costume, di una visione delle relazioni sociali, affettive, di una cultura, di un modo di stare al mondo.

Cosa che il “montismo” (che proprio per questo motivo nemmeno definirei tale) non è. Il “montismo” è la (presunta) neutra tecnica al potere che abbiamo già visto con Ciampi, con Dini, quella che quando il gioco si fa duro i tecnici iniziano a governare, sempre, per altro, con l’aiuto fondamentale della sinistra o di suoi importanti pezzi e della cgil.

Il montismo è pura governamentalità.

Berlusconi ha fatto irruzione stravolgendo la costituzione materiale  (e che abbia vinto su questo piano lo dimostra il reality bizzarro delle primarie) imponendo l’agenda ed il “discorso”.
Berlusconi è stato il bipolarismo in questo paese, tanto che dall’altra parte ci si univa in funzione, appunto, antiberlusconiana, per poi rompere nel momento delle scelte concrete di, magari timida, alternativa (a meno che solerte la sinistra della coalizione non si mostrasse obbediente, magari in cambio della presidenza di una camera).

Tutto il conflitto tra “discorsi” che ha animato lo spettacolo della politica di partito è stato dominato da Silvio, perché si configurava come uno scontro nel quale non si poteva che esser subalterni: si era con Berlusconi o contro di lui. E infatti scrive Armeni “sta di fatto che nel paese impregnato di montismo l’indifferenza è sicuramente maggiore che nel passato quando il berlusconismo accendeva i fuochi della contesa pro o contro il premier.”  Manca solo “oh, come ci divertivamo”.

Su cosa si divideva in due l’italia? Si divideva sul tifo, sulla superficie, in modo del tutto funzionale a perpretare – salvo differenze che non esamino qui – politiche strutturalmente così simili che spesso sui giornali Padoa Schioppa, piuttosto che Tremonti (o Ichino e Brunetta da Vespa) si rinfacciavano o si complimentavano per l’identità delle politiche.

Ma sopratutto senza uscire dall’ineluttabilità che giustamente Ritanna Armeni stigmatizza rispetto al quadro attuale: si pensi a quanto, aldilà di come venisse fatto  o se venisse effettivamente fatto, la parola “liberalizzare” fosse diventato dogma indiscutibile, valore in sé. “Liberalizzo meglio io..no, io sono il vero liberalizzatore, tu non sei capace”. Questo spesso il tono del dibattito.
Anche ai bei tempi andati del derby berlusconismo vs antiberlusconismo si era in realtà tristemente “adeguati”, anche allora non c’era “altro da fare” fuori dal pensiero unico. Tanto in economia quanto in politica estera quanto sui diritti.

Diversa la sovrastruttura ma eguale la soffocante mancanza di un qualsiasi spazio per il pensiero critico, nella morsa della contesa tra berlusconiani e resto del mondo.
Perché a provarci eri un collaborazionista, come minimo.

Lo spazio per l’azzardo e per il sogno che Armeni ora rimpiange non c’era nemmeno allora: perché al momento del dunque il ricatto del “meno peggio” costringeva al realismo dei tagli, delle guerre, della genuflessione alla chiesa romana. Altrimenti, se non ti adeguavi, eri un nemico che voleva il ritorno di B., messo alla gogna, spesso in modo anche violento. Altro che sogno: “ci tocca ingoiare..sennò torna B.”.
C’era più spazio per il “sogno” di quanto non ve ne sia oggi?

Cos’era l’antiberlusconismo? Era sopratutto “repubblica”, era Travaglio e poi il FQ, era Santoro, era quello slogan ignobile e totalitario, nazista: “voglio essere intercettato”.

Armeni fotografa una situazione grossomodo reale: ma l’aspetto qualificante e che le sfugge è che questa situazione è esattamente figlia di quell’antiberlusconismo in realtà vuoto che parrebbe rimpiangere, di quella subalternità praticata per quasi due decenni, di una finzione di scontro giocata dentro il circuito elettorale e dei talk show.

Ha ragione Raparelli nel parlare di impasse dei movimenti in uno dei suoi primi interventi su l’Huffington, come tutt* quell* che denunciano l’afasìa della rivolta in Italia.
Ma se una possibilità di riscatto c’è è proprio grazie alla natura quasi “parresiastica” del “montismo”.

Cessata la – a tratti barbara e regressiva, altro che “sogni e passione” – messa in scena della recita antiberlusconiana, ora che viene meno la finzione del “bipolarismo” e dell’alternanza, il dominio, con la sua presunta naturale ineluttabilità, si svela crudo per quel che è. Mostra insomma l’impossibilità di un’alternativa dentro questo paradigma.

Quella vuota contesa “infuocata”, che a me non manca,  è la coerente premessa dell’inevitabilità del cinismo montiano.Tolto il velo della contesa resta ciò che c’era anche prima: i diktat della BCE, la tutela della ricchezza, l’erosione dei diritti, il sindacato in ginocchio.
Se c’è uno spazio per sognare l’alternativa e la rivoluzione, posto che ci sia, è proprio ora che quel reality sguaiato, che ci (vi) ha distratto per 18 anni non è più in onda, ma che ha figliato il quadro che abbiamo davanti.

La limpida insipienza di Travaglio

Dall’alto della sua indiscutibile autorevolezza, Marco Travaglio è in grado di regalarci perle retoriche di un’insipienza cristallina.
Questo intervento è l’esempio più recente, chissà se segnalarlo vale l’esser annoverati tra coloro che limitano la libertà di parola
del bel Caselli o peggio tra quelli che contribuiscono al ritorno del torvo e plumbeo clima degli anni ’70.
Di sicuro, con notevole ma abile scorrettezza e senza ovviamente citarlo direttamente (nel testo è un generico “ex magistrato”),  si
consiglia al lettore travaglista di ritenere corresponsabile di tale clima l’ex membro del CSM Livio Pepino, che in questo articolo scritto per il manifesto
(gli arresti non tornano) analizza criticamente le scelte discrezionali (sì, scelte: perchè tirare in ballo l’obbligatorietà dell’azione penale come fa Travaglio è scorretto, è giocare volutamente con l’ignoranza del lettore fan) della procura di Torino in merito ai “no TAV” messi in carcere il 26 gennaio scorso (misure in parte poi corrette dal riesame, almeno in alcuni casi).
Ma per Travaglio e fan sfegatati suoi e di Caselli ciò non conta: si plaude all’articolo che gioca con le posizioni altrui deformandole e ignorandole, Pepino viene criticato ma non c’è traccia di un’argomentazione di merito relativa all’intervento colpevole dell’ex magistrato (colpevole di una sola cosa, di lesa maestà), si tirano in ballo libertà di parola, clima da anni ’70, obblighi costituzionali e procedurali, spostando tutta la questione su un altro confuso piano. Il fan – forse storidto – non può che esultare. Si infila un “dell’utri” qui..un “inflitrato” là, un’etichetta di “berlusconiano”.
Il merito scompare e GCC non può mettere il naso fuori di casa per colpa “addirittura” (ma pensa un po’!) di Livio Pepino, che sostanzialmente, lui e chi la pensa come lui, deve stare zitto.

Celentano

Mi rendo conto che la platea di chi lo critica sia disgustosa e la compagnia in cui mi colloco mio malgrado sia  di conseguenza altrettanto pessima.
Ma non riesco a non trovare Celentano sgradevole e discutibile nel merito.
In sostanza: chi lo critica è irricevibile.
Ma la pochezza di Celentano è un ottimo assist per loro.

La crisi de il manifesto

Il manifesto è in liquidazione coatta amministrativa, locuzione che spaventa e che tradotta in soldoni (che mancano) significa una condizione di crisi ed insolvenza che comporta un’amministrazione controllata da parte di un commissario a tutela dell’azienda e dei creditori.
Niente di irrevocabile, non è la necessaria anticamera della chiusura, certo è la certificazione di uno stato di crisi assai grave che può avere come evoluzione il fallimento.

“Il manifesto” continua ad avere un pregio che lo rende unico. Malgrado tutto, malgrado le critiche, i limiti, la perdita di copie, la scomparsa della sinistra di partito e le litigiosità endemiche della “famiglia”, continua ad essere tutto sommato punto di riferimento anche “affettivo” e in termini di appartenenza per una platea che va dal nipotino dell’autonomia operaia ( :D) passando per tutta la pletora di ottusità che caratterizza comunismi e sinistrumi vari, arrivando addirittura a chi pensa che si possa combinare qualcosa di buono ( che altri chiamerebbero di sinistra) nel PD. Ma non solo: oltre a questo ceto è tutto ciò anche per un composito arcipelago di persone semplicemente impegnate nei movimenti per i beni comuni e per i diritti.

Io non posso davvero dire a “il manifesto”, come fanno tant*, “per vendere di più dovete fare così”.
Perchè quella lo vuole meno vendoliano, l’altro più semplice, l’altro più colto, quelli là invece più movimentista, quello più socialista, l’altra dice che dà troppo spazio a casarini e landini e via dicendo. Ho le mie riserve sulle posizioni de “il manifesto”  ma mi astengo dal partecipare al coro, che ciascun@ vorrebbe che fosse il “suo” bollettino.
Perchè non credo che la ricetta ci sia, perchè non credo (è banale, in realtà) possa esistere IL modo per rendere “più bello” “il manifesto” . non perchè sia già bello, ma perchè in quel modo magari piacerebbe a me, ma non  a voi e viceversa.
Sono anzi convinto che le vendite de “il manifesto” prescindano o quasi da come viene scritto e concepito il giornale.
Dico di più: ho anche timore che un manifesto che vendesse e piacesse di più di quello attuale forse davvero piacerebbe meno a me, come ho spesso detto.
Perchè non credo nella maggioranza delle persone, se mi si passa la citazione. 😛

Qua e là il manifesto forse può migliorare ma sostanzialmente credo lo si debba prendere così com’è. Così come è espressione del collettivo che vi lavora.

Quindi evitiamo di dire ciascuno la sua tirandolo di qua e di là (tanto la sintesi non si trova) anzi, car* compagn* de “il manifesto”: astenetevi dal chiedere a lettrici e lettori come dovrebbe diventare “il manifesto”.

Anche perchè non ho nemmeno la certezza che l’opinione di lettrici e lettori lo possa migliorare (dal mio punto di vista, s’intende).

Ci sono difficoltà strutturali contro le quali si può fare poco: un paese poco avvezzo alla lettura che a prescindere dalla crisi della carta stampata ha sempre letto pochissimi quotidiani. Guardate i dati di altri paesi. Se pensiamo che il “corriere della sera” vende poco più di 400 mila copie in un paese di 60 milioni di abitanti.
C’è la sempre meno attitudine a relazionarsi con la complessità. Non è un caso che gli unici due giornali che hanno riscosso successo negli ultimi anni siano due prodotti a mio avviso orribili come “fatto” e, specularmente, “libero”.

C’è la strutturale atipicità del mercato italiano tra le posizioni di forza di editori impuri e l’andamento del mercato pubblicitario.

C’è la crisi della “sinistra” , delle sue forme tradizionali e non si può negare che il suo epilogo triste  al governo assieme a Prodi, passata dal 12% al 3% ,  sia parente di questa crisi.
Poi, sopratutto, ci sono i tagli ai contributi per la stampa “cooperativa”. Taglio che, diciamocelo, nel generico furore anticasta e/o grillino da una parte, con Monti dall’altra che è così serio che ogni cosa che fa è ben fatta, ha consenso, è legittimato.
E’ fondamentale che si riordini la questione facendo i giusti distinguo ma salvaguardando un bene comune e destinando risorse al pluralismo  altrimenti c’è poco da fare: non ce la si può fare.
Lascio ad esperti e esperte analisi più dettagliate su come concepire, sempre che sia possibile, un prodotto migliore, il rapporto carta / web, che non è il mio mestiere.

Nel frattempo: compratelo in edicola, magari fatevi un abbonamento web di un mese come ho fatto io. Perchè tutto sommato certe notizie e una dotazione minima di strumenti critici con cui guardare il mondo – almeno se parliamo di quotidiani – si possono trovare solo su il manifesto. Deve sopravvivere.

Un’ultima riflessione.
Anzi due. Sappiamo la vicenda di “liberazione”. Io spero che torni in edicola ma credo sia sciocco chiedere che liberazione e manifesto si fondano.
Non per settarismo o minotarismo: perchè sono cose diverse, come grassi e liquidi non possono esser solubili. Non credo debba approfondire di più questo aspetto e mi stupisco che alcun* auspichino ciò.

La seconda: il manifesto non è solo un quotidiano. E’ un soggetto politico. Ha una genesi ed una storia ben precise con radici nel gruppo che lo ha fondato, in una data epoca, in seguito alle vicende che conosciamo.
Qui, tra materialismo e se volete pessimismo, mi pongo un ultimo dubbio: i soggetti politici non sono eterni, assoluti. Sono prodotti del loro tempo, hanno una parabola, nascono, muoiono, diventano altro.
Accadesse anche all’atipica esperienza de il manifesto?

antipolitica

Osannare per anni il “bipolarismo” come moderno e necessario orizzonte perché l’elettore deve poter scegliere in modo semplice tra due chiare alternative per poi, siccome il momento è serio (prima quindi si scherzava?) , mettersi tutti assieme a sostenere un governo ineludibile perchè si possono solo fare certe cose, buone, necessarie e ovviamente “neutre”;

Pensare come fa San Nichi dai Puglia che comunque col PD si sarà alleati “a prescindere” [sic] dai provvedimenti che Monti varerà.

Questa è antipolitica.

Dice che devo twittare

Sono spaesato qui su wordpress. La forza e il tempo di riannodare tutto, ritrovare le/gli altr*, di riprendere agibilità nella blogosfera…non la ho, forse.
Dice che dovrei farmi largo tra i cinguettii di twitter. O forse basterebbe riprendere in mano il bloggare, che a rileggermi non ho scritto solo stronzate.

Che belli i thread sotto la categoria “io lo avevo detto”. 😉

Certo riprendessi qui dovrei abbandonare – o quasi – facebook.

Ma aldilà del mio “moltitudini” vi chiedo, amiche ed amici blogger: è ancora tempo di blog? Come a quei tempi su splinder,  dico. Che magari sono io che col distacco ho una percezione diversa.

Navigazione articolo